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È POSSIBILE STUDIARE MUSICA E VIVERE FELICI?


di Giordano Montecchi
docente Conservatorio di Parma


La domanda non è affatto retorica, semmai è fortemente ambigua. Un'ambiguità che non è in relazione al concetto di felicità, bensì è in relazione al concetto di musica. Oggi chi studia - o meglio chi volesse studiare - musica nella scuola pubblica italiana, dalle elementari all'alta formazione, all'università ha ottime probabilità di andare incontro a una serie di frustrazioni cocenti. Di fatto per l'Italia il binomio scuola-musica è quasi un'icona dell'infelicità.
La madre di tutte le frustrazioni per chi nel nostro paese coltiva qualche passione o ambizione musicale è legata al background culturale, al contesto assolutamente deficitario e scoraggiante con cui il proposito di "imparare" la musica deve fare i conti.
La seconda frustrazione, che deriva dalla prima, si potrebbe riassumere nel paradosso che in Italia l'insegnamento della musica si traduce in realtà in una sorta di esorcismo della musica. Quasi si volesse scongiurare il pericolo che un giovane possa acquisire un'eccessiva confidenza con la pratica musicale.
Schematizzando brutalmente potremmo dire che nel nostro paese le finalità per le quali la musica è ammessa fra le materia di insegnamento della scuola pubblica sono due. O si studia musica al fine di crescere più felici e più belli (in virtù del fatto che la musica (come la lingua latina...) contribuisce allo sviluppo dell'intelligenza, nonché della personalità e della sensibilità; oppure si studia musica per diventare musicisti.
Tertium non datur o quasi. Eppure, nel modo più aesthetically e pedagogically incorrect che mi riesce di pensare, ritengo invece che la giustificazione più vera del perché a scuola si dovrebbe insegnare musica è esattamente questa: per dare risposta a ciò che la stragrande maggioranza degli adolescenti chiede e spesso si sforza di fare coi propri mezzi (ce lo dicono le statistiche): fare musica, nel senso di strimpellare uno strumento, pastrocchiare con le canzoni predilette; imitare i loro idoli e, a poco a poco, empiricamente, prendere sempre più dimestichezza con la pratica. Solo da lì, da questa edizione postmoderna del Musizieren (che oggi risulta segregata nei garage sotto casa e non viene mai presa in considerazione come corredo culturale di base  mentre andrebbe adeguatamente valorizzata e pilotata), si può innescare quel ciclo di crescita musicale che oggi nei vari livelli della scuola di base e secondaria del nostro paese è semplicemente i n c o n c e p i b i l e,  con le conseguenze che ben sappiamo.
Rimedi? Scarsi o impossibili finché la scuola resterà di gran lunga ultima fra le priorità della politica. Questo significa anche che, al momento attuale, la risposta al quesito del titolo, almeno in termini generali, è negativa.


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