Le riflessioni che seguiranno in queste pagine rappresentano la sintesi delle argomentazioni con le quali il comitato scientifico è pervenuto a definire le linee programmatiche del prossimo convegno SIEM. Il comitato, presieduto da Alessandra Anceschi e composto da Manuela Caltavuturo, Fausto Ciccarelli, Walter Pecoraro e Arlena Stringo, individua questa traccia come preparatoria del dibattito e la propone quale presentazione delle finalità e delle motivazioni dei lavori, nonché dei temi che verranno esplorati.
Indice
La
scuola media tra passato e presente
Le
ragioni di un disagio
1. Scuola che forma ed orienta o scuola che individua ruoli?I temi del convegno
2. Scuola della flessibilità o dell'immobilismo?
3. Scuola del rispetto dell'individualità o dell'esasperazione della differenza?
4. Scuola dell'unità dei saperi o della loro frantumazione?
1. Musica e prospettive della riforma
2. Riflessioni sulla didattica
3. Formazione di base e formazione strumentale
4. Formazione docente
Ci sia consentito per
incisività di comunicazione, ma principalmente per non perdere un
senso di appartenenza, di continuare a denominare scuola media il segmento
di secondaria di primo grado del quale il convegno intenderà occuparsi.
È nostra opinione che questo appellativo possa meglio identificare
quella terra di mezzo nella quale si sono costruite la maggior parte delle
esperienze di chi ha pensato questo convegno.
La scuola media è
il segmento scolastico che ha connotato in modo assai preciso una tappa
dell'età evolutiva dello studente, quella che sta al centro di un
passaggio nodale, tra l'infanzia e l'adolescenza, tra uno stato dell'essere
ed uno del divenire. Quel né carne, né pesce che tutti noi
bene conosciamo, e che prende le forme di un modo di essere caratterizzato
dalla necessità di provare e fare esperienze, non per decidere ma
per vagliare, porre in rassegna e solo successivamente selezionare.
I concetti implicati
nella definizione di terra di mezzo inducono maggiormente a pensare ad
una tratta che da qualche luogo provenga e che a qualche luogo porti, ma
- per quanto riguarda la musica - la scuola media è terreno che
troppo spesso dal nulla viene e al nulla collega: infatti, i segmenti del
prima e del dopo costituiscono ancora fragili punti di approdo. Attendiamo
ancora (e la nostra percezione è di un tempo immemorabile) che questo
segmento possa realmente porsi, per la musica, come ponte che faccia crescere
competenze da collocare altrove.
Tuttavia, se tale
contesto ha potuto rappresentare per molti anni il luogo eletto di costruzione
e di elaborazione di un pensiero pedagogico di natura musicale, ciò
lo si deve al fatto che questo segmento scolastico ha accolto (e continua
ad accogliere) gli unici insegnanti specialisti strutturalmente inseriti.
Ricordiamo, a questo
proposito, quanto questo dibattito abbia alimentato - negli anni immediatamente
successivi l'uscita dei programmi del 1979 - la crescita di una consapevolezza
statutaria della musica quale disciplina necessaria alla formazione del
ragazzo, del futuro cittadino: l'appellativo di educazione che ancora per
poco ritroveremo nei nostri quaderni, sui nostri registri, sta lì
a testimoniare appunto la conquista di un valore educativo che prendeva
le distanze da un insegnamento della musica - considerato sia nell'aspetto
di fruizione, sia di produzione - riservato ai "naturalmente dotati" o
agli "acculturati" e quindi, in entrambe le ipotesi, ugualmente elitario.
Da alcuni anni appare
percepibile - seppur in modo più intuitivo che scientificamente
provato - che l'elaborazione e la riflessione concettuale sulle problematiche
educative in relazione alla musica sono di fronte ad una sorta di onda
di recesso. Forse, una volta costruiti i fondamenti nella scuola media,
ci si è rivolti a fortificare altri contesti, quelli ad esempio
sprovvisti di operatori specifici del nostro settore.
Vorremmo quindi chiederci
quanto di quei fondamenti ancora resista, quanti e quali di quegli intenti
si siano consolidati e abbiano prodotto una maturità di posizione,
quanti e quali, invece, siano stati rigettati o riconvertiti in altri disegni.
Il convegno apre all'indagine
di tutto ciò e non nasconde il desiderio di rinvigorire la riflessione
attorno alle ragioni di presenza della musica nella scuola media, nel tentativo
di conferire alle impressioni raccolte un abito di maggior rigore scientifico.
Le
ragioni di un disagio
Molte sono state le
spie che hanno portato all'emersione di una nuova difficoltà di
collocazione della musica nella secondaria di primo grado.
Di queste intuizioni
vorremmo ora dare conto attraverso una sintesi delle riflessioni che il
comitato scientifico ha prodotto in questi mesi.
Il disagio, probabilmente,
nasce "a monte", da una situazione di estrema instabilità nella
quale versa l'insegnante a scuola, e non solo quello di musica.
La precarietà,
quindi, prima di essere una precarietà della disciplina, è
una precarietà di chi con quella disciplina deve operare.
Per non spingersi
in meandri che parrebbero divagare altrove rispetto al nostro punto di
osservazione, basterà qui rendere esplicito con parole fuor di metafora,
che l'insegnante a scuola fatica a costruirsi un'identità positiva
e vive da molti anni in una condizione di disagio che tende a cronicizzarsi.
Ciò è senza dubbio dovuto anche alla tendenza all'autocommiserazione
che ha caratterizzato il corpo docente in questi anni di grandi cambiamenti
sociali, culturali e di costume, nei quali - al contrario - si sarebbe
dovuto riflettere
maggiormente sull'importanza del proprio ruolo ed arginare la deriva "impiegatizia"
che si andava (e si va) profilando. Vorremmo quindi premettere che intenderemmo
evitare che la lettura dei passi a seguire potesse fare aleggiare umori
vittimistici o passatisti del tipo "stavamo meglio quando si stava peggio".
La nostra indagine
vuole invece puntare dritta alla definizione di una cornice entro la quale
si costruisce e si inquadra la nostra professione e, in quest'ottica, i
quattro punti che indagheremo di seguito costituiscono le spie del malessere
più evidenti nella scuola dei nostri giorni.
1.
Scuola che forma ed orienta o scuola che individua ruoli?
La terra di mezzo
comincia ora a rivelare anche il significato di terra di nessuno: da scuola
che colloca nel mondo, che orienta e aiuta a definire l'identità
dello studente, pur non perdendo nelle nuove premesse questi requisiti,
pare però contraddirli nelle proposte di attuazione. I tentativi,
infatti, di cominciare a orientare attitudinalmente gli studenti è
nei documenti programmatici assai leggibile; a nostro avviso, vi è
il rischio che i percorsi per condurre alla scoperta di interessi e di
particolari abilità vengano sollecitati non tanto ai fini della
costruzione di un'identità, quanto per consentire l'accesso della
persona nel contesto sociale che la accoglierà: un invito a occupare
uno spazio posizionale quanto prima, un invito a decidere in tempi rapidi
che ruolo giocare da grandi.
In questo avvio di
riforma, al fine di ridefinire i moduli orari e del curricolo, la maggior
parte delle scuole ha operato secondo una logica di "riduzione del danno"
che ha privilegiato la salvaguardia degli organici e soprattutto la continuità
della tradizione e dell'identità culturale maturata negli anni all'interno
di ciascuna istituzione scolastica.
Alla luce di quello
che è stato perciò un procedimento diffuso di riorganizzazione
per così dire moderata, l'esempio di interpretazione della riforma
di una scuola bolognese che qui riportiamo, appare - evidentemente - non
generalizzabile, ma ci sembra tuttavia indicatore di una pericolosa possibilità
di direzione; i nuovi orientamenti sono qui stati recepiti quale anticipazione,
fin dalla scuola dell'obbligo, di una sorta di caratterizzazione scolastica.
Sono stati costituiti, infatti, una serie di indirizzi individuati sulla
base di porzioni orarie aggiuntive dell'una o dell'altra disciplina. In
questa scuola, ad esempio, l'articolazione di un indirizzo musicale si
evidenzia grazie alla distribuzione settimanale di 2 ore e mezza di musica
(aggiunte al corso che già prevedeva l'indirizzo musicale); l'indirizzo
linguistico-europeo è invece connotato, oltre che dal mantenimento
delle 3 ore di inglese, dall'aggiunta di un'ora di introduzione al latino;
quello scientifico-tecnologico da un'ora in più di informatica.
Il quantitativo orario di cui qui si parla, come certo si può notare,
è irrisorio perché si possa intravedere un vero orientamento
caratterizzante, ed è indubbio che chi voglia approfondire esperienze
in campo musicale piuttosto che letterario o scientifico debba poter contare
su un'offerta aggiuntiva; ciò che disorienta, tuttavia, è
l'idea di una scelta che nella configurazione di un'opzione ad "indirizzo"
non si prefigura come possibilità d'esplorazione, occasione d'approfondimento,
ma come connotazione precocemente identificativa. Ciò che per la
musica ha tuttavia ragion d'essere in virtù unicamente di uno sviluppo
tecnico/strumentale che non può che essere incentivato fin dalla
più tenera età, viene però a cadere per altri insegnamenti,
ai quali forzatamente si attribuisce un'identificazione di appartenenza.
Il caso del latino rende particolarmente scoperta questa direzione. L'insegnamento,
che molte scuole offrono nella maggior parte dei casi anche al di fuori
di indirizzi specifici, è spesso introdotto non come conoscenza
essenziale per la formazione di una competenza linguistica di tutti, ma
molto spesso con la connotazione di un insegnamento con carattere di potenziamento
in vista di un approfondimento successivo, e in questa veste acquista,
a nostro avviso, un potere simbolico di selezione. Ecco in che senso, l'affacciarsi
di un disegno pedagogico di "precocizzazione" che contrasta in modo evidente
con quello che fino a questo momento si era conosciuto, rappresenta per
l'insegnante un primo motivo di disorientamento.
2.
Scuola della flessibilità o dell'immobilismo?
Gli attributi dell'aggettivo
"flessibile" mettono in evidenza caratteristiche di adattabilità,
di elasticità, cedevolezza, malleabilità. In senso figurato,
"flessibile" è ciò che si adatta a diverse esigenze o necessità.
Flessibilità
è stata e continua ad essere parola d'ordine con la quale più
di un governo ha promosso i propri slogan. La si è pronunciata sempre
con vigore e con orgoglio rinnovato, quasi potesse rappresentare il toccasana
per rinfrescare d'un colpo anni di fissità scolastica.
Dall'introduzione
della legge sull'autonomia (nel settembre del 2000), l'annunciata prodigiosa
flessibilità sta mostrando i suoi volti. I cinque anni nei quali
abbiamo assistito al loro disvelamento ce li mostrano per lo più
ingannevoli e solo apparentemente innovativi.
È diventato
flessibile l'orario scolastico, dove l'articolazione delle attività
può assumere unità di lezione le più disparate: 48,
50, 54, 55, 60, 90 minuti. Per contro, a queste varie possibilità
di suddivisione corrisponde un ferreo e rigoroso computo del monte orario
di ogni insegnante, per far sì che non si possa in alcun modo sgarrare
sul proprio orario di servizio. La flessibilità intesa come possibilità
di scelta dell'organizzazione oraria si trasforma in vincolo esasperante
per gli insegnanti.
Le segreterie sono
impegnate così nel calcolo estenuante dei minuti mancanti all'unità
oraria di ogni docente e prospettano tabulati dove vengono mostrati i "debiti":
12 ore e 22 minuti, 8 ore e 46, 5 ore e 54, tutte da ridistribuire nell'attività
didattica. I vincoli dettati dalla gestione organizzativa di questi sistemi,
oltre a pesare sul carico di lavoro (chiedete a qualsiasi insegnante se
preferisca preparare 18 attività settimanali corrispondenti alle
18 ore canoniche o invece aggiungerne altre tre da computare nel calcolo
complessivo di 21 periodi in totale), obbligano ad un rigore computistico
che è concetto assai lontano da quello di flessibilità al
quale avremmo pensato. Impigliati nelle maglie di un razionalismo fine
a se stesso, gli insegnanti si rassegnano ad indirizzare i propri comportamenti
verso sterili esigenze di ragioneria, per far tornare i conti della spesa.
E di flessibilità
nel documento applicativo dell'autonomia scolastica ancora si fa cenno
a proposito di impiego differenziato dei docenti in funzione di particolari
esigenze organizzative e didattiche. Ciò che sulla carta appare
una risorsa assai appetitosa, da valutare anche sulla base delle competenze
specifiche di ogni insegnante, si mostra nei fatti possibilità alquanto
remota.
Quelli che seguono
sono solo alcuni esempi che negano di fatto il ricorso ad un impiego elastico
del personale docente:
- insegnanti in possesso
di specifiche competenze nella formazione musicale non hanno potuto commutare
le ore a disposizione (inizialmente dedicate a mensa o a completamento)
in attività gratuite di aggiornamento per i colleghi della scuola
elementare;
- docenti in possesso
di approfondite competenze informatiche da mettere a disposizione di insegnanti
e allievi hanno dovuto lasciare il campo ai colleghi "perdenti posto" di
educazione tecnica;
- le necessità
di ristrutturazione e risistemazione di un laboratorio di musica non hanno
potuto contare sulla disponibilità del docente della disciplina
e sulla riconversione di una sua ora d'insegnamento.
Tutto ciò dipende,
evidentemente, anche dal grado di "flessibilità" con cui i dirigenti
si mostrano pronti ad accogliere le disposizioni normative, e una lettura
"intelligente" delle effettive possibilità di impiego di questo
strumento mostra come in alcune realtà siano state realizzate opportunità
concretamente tendenti ad una proposta più snella e articolata dell'offerta
formativa.
Tuttavia, l'esperienza
diffusa è che rigidità e vincoli siano invece gli elementi
che le annunciate prospettive stanno mostrando. L'insegnante si sente deriso,
ingannato, quanto meno non incoraggiato ad impegnarsi in ciò che,
in anni di studio e impegno lavorativo, ha imparato a fare.
3.
Scuola del rispetto dell'individualità o dell'esasperazione della
differenza?
Le problematiche provocate
sul piano didattico da immigrazione e disagio sociale, hanno obbligato
la scuola a ripensare in modo drastico agli assetti disciplinari dei propri
curricoli, alle strategie di insegnamento, alle modalità di relazione.
Le spinte al cambiamento, assai di frequente, avvengono per la contingenza
delle emergenze, non in virtù delle sollecitazioni di questo o quel
governo. Le presenze nella scuola di differenti situazioni di handicap,
di problematiche caratteriali, familiari e di sviluppo evolutivo, di commistioni
di culture e tradizioni, hanno incalzato le scuole a adottare differenti
strategie di gestione.
Per necessità,
dunque, la scuola ed i suoi insegnanti hanno dovuto far fronte ad una miriade
di bisogni, tutti da calibrare su caleidoscopiche quantità di urgenze.
Questa scuola, che più volte è stata identificata come scuola
di massa e che ha raccolto in questa definizione una comunanza di profili
che si volevano indistintamente presenti nella gran parte degli studenti,
si materializza e si scompone ora in individualità sul piano psicofisico,
familiare, sociale, relazionale, culturale, etico, religioso. Ad ogni piega
di questa differenza la scuola dovrebbe dare ascolto, nel tentativo di
puntare all'acquisizione del sommo valore della pluralità e della
complessità, nonostante si sia consapevoli che questa meta non si
raggiunga stabilmente attraverso l'operazione riduttiva di somma delle
parti.
Ci pare, tuttavia,
che stia prendendo forma in modo sempre più definito una sorta di
visione distorta dell'individualizzazione degli interventi. Ciò
che si avverte è il pericoloso slittamento da un'attenzione alle
esigenze del singolo (le sue necessità in funzione però di
uno star bene collettivo) verso una prevalenza dei diritti, delle iniziative,
delle scelte operate in funzione di un interesse personale (da personalizzazione
a personalismo). Le proposte della scuola si curvano nelle e sulle aspettative
delle famiglie, ne accettano i desiderata.
Non più dunque
un'integrazione della differenza, ma una sua esasperazione.
Il gruppo classe,
luogo simbolo della relazione e della condivisione delle esperienze, punta
a disgregarsi in una miriade di sotto-unità e si subordina alla
scelta del singolo.
Nel sostegno, nell'orientamento,
nella valutazione dello studente, nel rapporto con le famiglie, la figura
del tutor si sostituisce a quella del consiglio di classe. Ad un rapporto
collettivo che sul piano educativo e sociale è assai rilevante per
la definizione di un ruolo istituzionale della scuola e dell'insegnante,
subentra una relazione individuale che non può che condurre verso
una gestione privatistica del rapporto scuola/alunno/famiglia.
4.
Scuola dell'unità dei saperi o della loro frantumazione?
Nella scuola, oramai,
tutto si insegna, tranne le discipline. Sembrerebbe questa una di quelle
frasi fatte che si portano appresso tutta la leggerezza dei luoghi comuni,
ma c'è un fondo di verità in questa affermazione.
Chiunque abbia bazzicato
aule nel corso di questi dieci anni ha assistito alla disgregazione della
propria e dell'altrui disciplina in una miriade di contenuti di cui la
scuola ha dovuto - nolente o volente - farsi carico.
Una prima riflessione
vorremmo articolarla attorno alla decisione di rinominare la disciplina.
Non più educazione musicale, ma musica.
Un'interpretazione
delle motivazioni che hanno condotto a tale sostituzione e che accoglieremmo
positivamente potrebbe essere quella di leggere, attraverso una sorta di
"ripristino nominale", la volontà di riconduzione dell'insegnamento
al suo valore primo, di rinnovarne - analogamente a quanto accade ad altre
discipline quali arte e immagine, oppure scienze motorie e sportive - la
dignità di sapere: le "educazioni", infatti, ora divengono quei
"campi di esperienze" nei quali possono avere buona integrazione le competenze
afferenti alle diverse discipline.
Il disegno, di per
sé sensato, di un perseguimento di obiettivi formativi generali
e trasversali a tutti gli insegnamenti ha però condotto alla progressiva
perdita di centralità del sapere inteso come conoscenza culturale,
contravvenendo di fatto a quelli che si sarebbero mostrati come i propositi
di un recupero valoriale dei contenuti. Alle discipline tradizionalmente
conosciute si sono aggiunte l'educazione alla cittadinanza, l'educazione
stradale, l'educazione ambientale, l'educazione alla salute, l'educazione
alimentare, l'educazione all'affettività, tutte esperienze che la
scuola deve organicamente fare entrare nel curricolo. Aggiungiamo, oltre
a tutto ciò, l'emergente spazio che la scuola deve riservare ad
una alfabetizzazione informatica e tecnologica, sempre più necessaria
per mantenere il passo con la veloce evoluzione della società. Prosegue
un processo da tempo iniziato attraverso il quale prende forma un inevitabile
sbilanciamento: a fronte di un incremento degli insegnamenti si assiste
ad una fisiologica diminuzione dei livelli di competenza.
Ciò che qui
chiamiamo in causa non tanto è l'intento di un disegno che ambirebbe
a rendere più completo il campo delle esperienze educative, quanto
le soluzioni che nella riforma si prospettano per perseguire tale obiettivo
e che a nostro avviso aumenteranno i rischi già paventati di un
impoverimento del valore culturale dell'istituzione-scuola.
Tra queste soluzioni
vi è, ad esempio, la riduzione del monte ore che rappresenta per
molti insegnanti contenitore insufficiente (e dunque ulteriore motivo di
ansia) per costruire un apprendimento non parcellizzato e che riesca a
sollecitare connessioni tra le conoscenze. A questo si aggiunga quanto
il disorientamento degli insegnanti, preparati su base disciplinare e tradizionalmente
poco inclini a trasformare il proprio sapere specialistico in forme non
riconosciute come proprie, contribuisca a far perdere un senso di identità
che ogni docente si era costruito prima dell'ingresso nelle classi.
Con questa affermazione
chiameremmo in causa tutto il sistema di formazione del personale docente
e le prospettive che attualmente si stanno delineando, ancor più
mirate verso una preparazione di tipo disciplinarista nonostante si profili
un tipo di insegnamento nel quale sempre meno necessarie appaiono essere
le competenze specifiche in un solo settore. Ma per non deviare dal sentiero
di queste righe, concludiamo ribadendo il crescente disorientamento del
docente di fronte al disgregamento dei contenuti della propria disciplina.
Figuriamoci, poi, per coloro che una disciplina (gli insegnanti di musica,
appunto), passo dopo passo, stavano cominciando a costruirsela.
1.
Musica e prospettive della riforma
È nostra intenzione
condurre gli interventi di esordio del convegno alla sollecitazione di
una lettura delle nuove indicazioni ministeriali attraverso la messa a
fuoco di un punto selezionato di osservazione, quello della collocazione
della musica.
Ci è parso
interessante avvicinare il punto di vista di un generalista a quello di
uno specialista della disciplina, per affiancare - attraverso un confronto
di tipo metodologico che alterna uno sguardo dal tutto verso la parte e
viceversa - differenti letture di quelli che sono gli orientamenti da poco
inauguratisi. La prospettiva che abbiamo l'ambizione di porre è
di tipo olistico, nel tentativo di cogliere dall'indagine del particolare
indizi più circostanziati del disegno complessivo.
Una riflessione alla
quale vorremmo dedicare attenzione, con uno sguardo sia centripeto sia
centrifugo, è la qualità del rapporto nel quale i vari insegnamenti,
tra cui la musica, dovrebbero esplicare quell'idea di globalità
di formazione della persona. Vorremmo dunque sapere, ad esempio, se, quanto
e come la musica, nelle nuove indicazioni programmatiche, sia in grado
di aprire all'intercultura, al pensiero divergente, alla creazione personale,
alla riflessione estetica. Il disegno di riforma, in che modo prevede che
questa, come altre discipline, contribuisca a definire un modello formativo
che abbia spessore non solo educativo, ma anche culturale?
2.
Riflessioni sulla didattica
Fin qui, dunque, uno
sguardo sia sul disegno pedagogico che dovremo da oggi in avanti interpretare
nelle nostre scuole, sia sull'impianto epistemologico che questa riforma
disegna.
La nostra attenzione,
tuttavia, intende porre ascolto anche alla concretezza del fatto educativo
per esplorare come, fino ad oggi, gli insegnanti di educazione musicale
hanno interpretato il ruolo di traduttori dei princìpi pedagogici
fin qui costruiti.
Se è evidente
che le indicazioni programmatiche elaborate dalle varie legislature sono
il manifesto della politica culturale emanato dalla classe dirigente, è
altrettanto vero che sta ai docenti della scuola farle vivere e renderle
operanti.
È proverbiale
una sorta di "impermeabilità" del contesto didattico di fronte agli
orientamenti normativi. Parte del corpo docente, e gran parte dei colleghi
che insegnano la nostra disciplina, definiscono prassi, programmazioni,
articolazione delle attività in modo spesso del tutto indipendente
dai documenti ministeriali. Chi di noi lavora attivamente nella scuola
media sa quanto, ad esempio, i programmi del '79 siano stati disattesi,
o quanto meno mal interpretati. Spia evidente di una direzione normativa
mai completamente acquisita (nonostante si siano operati passi in avanti
per nulla marginali) sono, ancora oggi, i testi scolastici. Il loro raffronto,
la loro analitica lettura ci convince di quanto gli stili d'insegnamento
resistano talvolta immutati nonostante le sollecitazioni culturali e normative.
Con grande interesse
e curiosità attenderemo le analisi che emergeranno dai dati raccolti
attraverso un questionario che la SIEM ha diffuso presso i docenti di educazione
musicale dell'Emilia Romagna e della Campania per sondare in modo più
sistematico quali siano le prassi maggiormente ricorrenti, quali le abitudini
didattiche, metodologiche, di scelta dei contenuti.
Ad un convegno che
si rispetti, non può mancare una riflessione sul rapporto della
musica con le nuove tecnologie.
Sebbene la questione
sia da anni oggetto di dibattito, il tema non ha ancora terminato di suscitare
atteggiamenti molto controversi da parte dei docenti: si va dal rifiuto
più categorico e netto all'accettazione entusiastica e acritica
per tutto ciò che è hi-tech. Ma al di là degli atteggiamenti,
permane nei docenti, un livello di competenze tecnologiche generalmente
ancora scarso, nonostante i vari piani nazionali di alfabetizzazione abbiano
spinto, almeno nelle intenzioni, verso un processo rapido di innovazione.
Nei nostri auspici
vi è il tentativo di riflettere in modo concreto e disincantato
su quali prospettive si aprano a seguito di un uso generalizzato delle
nuove tecnologie nell'insegnamento della musica e ci domandiamo se sia
giusto continuare a pensare all'ausilio multimediale semplicemente come
ad un valore aggiunto o sottratto alla musica. Il convegno sarà
un'occasione per discutere, confrontare, argomentare possibili risposte
e porre nuove domande.
Un tema di grande attualità
che ci è parso ineludibile soprattutto per chi ha a che fare con
una serie di competenze che si basano in larga parte sulla costruzione
di abilità acquisibili tramite "attrezzature" (alludiamo a voce,
strumenti, apparecchiature audio, ecc.), è la definizione di laboratorio
e di attività laboratoriale con la quale la musica prenderebbe corpo
nella scuola riformata.
Siamo convinti che
per la maggior parte dei docenti di educazione musicale questa modalità
di esperienza è un dato riconosciuto. Il significato del fare musica
a scuola assume spesso la connotazione di una conduzione laboratoriale:
ascoltare, suonare, cantare, inventare, sono azioni che acquistano senso
se si attiva una produzione di tipo "artigianale". Homo faber e homo ludens
dovrebbero dunque confluire in una dimensione unitaria all'interno dello
spazio del laboratorio. Questo è ciò che molti nostri colleghi
hanno sempre fatto, anche laddove la carenza di un spazio fisico (un'aula/laboratorio)
rende difficoltosa la messa in opera di progetti di produzione o ricezione
musicale. Quali sono dunque le innovazioni di questa riforma? Con la diffusione
della legge n.440/97 (progetto speciale musica) emanata dal ministero guidato
da Berlinguer, avevamo conosciuto un laboratorio sorto come luogo di approfondimento
e di ricerca. Ora questo spazio viene ridisegnato all'insegna di momento
opzionale e facoltativo, contrapposto all'attività formativa svolta
in classe durante le ore di curricolo. Cosa significa questo per la musica?
Cercare risposte a questa domanda potrà essere assai importante
ai fini della comprensione del valore educativo della musica: un laboratorio
inteso come luogo d'animazione, individuato quale spazio di "dopo scuola"
e caratterizzato dal momento ludico/distensivo, sarà in grado di
mantenere alto il valore culturale della musica?
3.
Formazione di base e formazione strumentale
Arriviamo poi all'esame
delle relazioni tra gli insegnanti di educazione musicale e di strumento,
tra la disciplina formativa di base ed un insegnamento che si sarebbe dovuto
intendere, secondo le Indicazioni Generali dei Programmi di insegnamento
di strumento musicale contenuti nel D.M. 6 agosto 1999, n. 201 "come integrazione
interdisciplinare ed arricchimento dell'insegnamento obbligatorio dell'educazione
musicale nel più ampio quadro delle finalità della scuola
media e del progetto complessivo di formazione della persona".
Navighiamo qui nelle
acque melmose di una regolamentazione normativa - quella sulle scuole ad
indirizzo musicale - che ancora non sappiamo che strada prenderà,
invischiata com'è tra una legittimazione da poco acquisita ed una
prospettiva di repentina e totale ridefinizione (ancora se ne teme la cancellazione).
Al di là dei
futuribili disegni (e da qui al convegno qualche direzione si sarà
forse intrapresa), ciò che ci importa sondare è quale sia
stato, in questi due decenni abbondanti di esperienza strumentale nella
scuola media, il livello di integrazione tra l'insegnamento generale e
quello e quello ad indirizzo strumentale.
L'esperienza comune
ci porta la testimonianza di scarse collaborazioni tra docenti di musica
e di strumento, di rari accordi programmatici e di contenuto, ma - oltre
alle cause di questa difficoltà di rapporto - vorremmo fare emergere
nell'incontro convegnistico i punti qualificanti di quelle che sono state
invece le proficue sinergie.
L'auspicio è
anche quello di contribuire, ribadendo quell'ottica di trasversalità
delle competenze che ci sta tanto a cuore, alla valorizzazione delle riflessioni
cresciute in un contesto - quello delle scuole medie ad indirizzo - che
non vorremmo vedere svilito.
4.
Formazione docente
Ogni valutazione relativa
alla bontà o meno delle pratiche educative attorno alla musica non
può prescindere dal prendere in esame anche i processi di formazione
degli insegnanti.
Le buone pratiche
nascono quasi esclusivamente dalla capacità di un docente di vagliare
scelte didattiche, calibrarne le componenti, rileggerne criticamente gli
esiti tramite riflessioni personali e confronti.
Nel docente, questo
processo maieutico deve in parte costruirsi autonomamente, ma gli esiti
di una sua chiara definizione sono assai più visibili se "socraticamente"
sollecitati e dunque resi consapevoli.
È di estrema
importanza quindi che l'occasione riminese punti ad una riflessione sui
percorsi di formazione dei docenti, sia su quelli iniziali, che conducono
cioè il giovane studente ad acquisire gli strumenti essenziali di
conduzione della pratica educativa, sia su quelli in servizio, momenti
necessari per rinvigorire azioni didattiche che rischiano, soprattutto
in una scuola che è anche quella disegnata nelle pagine iniziali
di questo documento, di ridursi in breve tempo a monotone routines di lavoro.
Una riflessione sull'aggiornamento,
così come comunemente si identifica il periodo dedicato alla formazione
dei docenti in servizio, non è da sottovalutare, soprattutto per
un'associazione quale la nostra che da sempre cerca di promuovere sul territorio
nazionale iniziative che siano al contempo accattivanti e di qualità.
Il sistema scuola,
anche in questo, soffre purtroppo di anomalie che il tempo ha cristallizzato:
molte esperienze e opportunità di crescita formativa e professionale,
si costruiscono attraverso canali interni al sistema, spesso ben calibrati,
ma che trattano di temi iper-specialistici che - seppur di doverosa conoscenza
da parte del docente - indagano problematiche che sempre più si
lasciano dietro una visione di complessità del globale, si dimenticano
di un'apertura ad un disegno culturale ampio, tralasciano un'idea di trasversalità
di conoscenze e apprendimenti.
Non è infrequente
ascoltare docenti di scuola che sostengono la validità di un aggiornamento
(e noi siamo tra quelli) fatto magari anche attraverso la lettura di un
libro, attraverso la visione di uno spettacolo teatrale, l'ascolto di un
concerto dal vivo, la partecipazione a conferenze di varia natura, convegni,
mostre. Questa modalità di partecipazione alla vita culturale di
un paese sta sempre più scomparendo dalla scuola. Sarebbe forse
necessario capire attraverso quali forme incentivare, sotto l'egida del
pensiero moriniano, questa dimensione di circolarità del sapere
per recuperarla nei nostri appuntamenti disciplinari.
Non solo, dunque,
acquisizione di percorsi pronti all'uso o costruzione di competenze di
tipo tecnico, ma supporti all'insegnante per la collocazione di ciò
che egli costruisce in classe in un disegno di ampia valenza culturale,
supporti all'insegnante che vadano nella direzione di sollecitare l'attitudine
indagatrice, quella che riscopre la curiosità ad individuare la
connessione delle conoscenze non accostandole per accumulazione le une
alle altre, ma organizzandole in un sistema di nessi mobili e (in una parola
assai di moda) globalizzati, che diviene sempre più imperativo dell'educazione.
In breve, qui si tratta quasi di una riforma del pensiero, per dirla ancora
con Morin.
Lasciamo in conclusione
una delle problematiche che ha acceso gli umori di tanti di noi in questo
ultimo quinquennio, la formazione iniziale dei docenti.
Da un biennio circa
questa avviene, come tutti sappiamo, attraverso due canali ugualmente riconosciuti
dal punto di vista giuridico-istituzionale: in università, attraverso
le SSIS (Scuole di Specializzazione all'Insegnamento Secondario) e in conservatorio,
attraverso i Corsi di Didattica della Musica.
Se da un lato entrambi
i percorsi hanno provveduto a sistematizzare una serie di conoscenze affidate,
in anni non troppo lontani, allo studio personale organizzato in vista
del concorso abilitante, dall'altro - com'è nella tradizione dei
difficili rapporti tra le due istituzioni - i due curricoli e i docenti
che li hanno definiti si sono scontrati (non sempre a viso aperto) sulle
concezioni pedagogiche, sui contenuti da impartire, sui metodi da utilizzare,
facendo emergere differenti interpretazioni del fare e ascoltare musica
a scuola.
A prescindere dalle
valutazioni che si possono condurre alla ricerca di un'indicazione di merito
dell'uno o dell'altro percorso, ciò che va detto a scapito di entrambi
è di aver colpevolmente lasciato a parte, nei dibattiti per la rivendicazione
di un "diritto alla formazione", l'istituzione - cioè la scuola
- che di fatto accoglie il prodotto dei loro insegnamenti. Ad onor del
vero, qui è forse il conservatorio ad avere maggiori lacune, poiché
il modello SSIS ha strutturalmente integrato nel proprio organigramma figure
provenienti dalla scuola (i cosiddetti supervisori di tirocinio) chiamate
a curare, attraverso la gestione dell'area del tirocinio, il raccordo università/scuola.
Ma non è un
elenco di meriti e demeriti quello che vorremmo fare emergere. Per il dibattito
che si articolerà al convegno si è scelto infatti di non
contrapporre esponenti dell'uno e dell'altro percorso, ma di far crescere
valutazioni e idee dal confronto che animeranno due insegnanti (entrambi
espressione appunto dell'elemento terzo, cioè la scuola) che da
quei percorsi sono stati formati. Ci auguriamo che pregi, carenze, necessità
di integrazione possano emergere dal resoconto di chi ha avuto la necessità
di collocare quegli insegnamenti nel contesto reale ed ha quindi potuto
misurare e verificare l'effettiva aderenza o "spendibilità", come
ora si usa dire, degli apprendimenti calati nella quotidiana pratica educativa.
La Scuola non è
un'entità ideale, come spesso i docenti sia universitari che di
conservatorio se la prefigurano; la scuola è un sistema assai complesso,
specchio dei movimenti sociali, impregnato delle problematiche comuni,
assai lontano dal rappresentare un'icona sempre riconoscibile. La scuola
non è mai come ameremmo prefigurarcela. Questo, i docenti dell'una
e dell'altra sponda devono saperlo. Delle aderenze tra il sapere insegnato
e il sapere agito ci racconteranno dunque i giovani insegnanti. Massima
ambizione di questo confronto sarebbe poter veder recepite, all'interno
dell'articolo 5 della legge 53 che norma il segmento della formazione iniziale
nel nuovo disegno di riforma, alcune delle loro considerazioni.
Questi, dunque, i temi
che il convegno intenderà esplorare.
Ci auguriamo che l'ampia
apertura su differenti punti d'osservazione possa consentire di riconsiderare
lo stato dell'arte della musica nel segmento della secondaria di primo
grado. L'auspicio è quello di proseguire, o - se necessario - ripartire,
con vari e rinnovati percorsi.