che il prof. Mario
Baroni (Università di Bologna) ha indirizzato al comitato scientifico
e a tutti i partecipanti al Convegno
Cari colleghi,
qualche mese fa ho
accolto molto volentieri l'amichevole invito a partecipare al convegno
"Educazione musicale e formazione". In quel periodo non conoscevo ancora
il quadro generale dell'evento a cui avevo aderito, poiché il programma
mi è arrivato solo in aprile. Negli ultimi giorni, però,
ho avuto modo di studiare più attentamente il piano degli interventi,
e di riflettere sul fatto di trovarmi ad aderire a una manifestazione sulla
quale ho anche delle riserve. Che fare? Non vedo ragioni per non
partecipare, anzi
mi interessa molto capire ciò che accadrà durante queste
giornate che trovo importanti e dunque non rinuncio ad essere presente,
ma credo anche doveroso e corretto chiarire ai partecipanti il motivo delle
mie perplessità.
Devo confessare che la prima reazione alla lettura del programma è stata di compiacimento. Mi son detto: finalmente ci siamo! Il mondo musicologico si è accorto che esiste una disciplina che si chiama educazione musicale e i pedagogisti si sono accorti che fra le materie meritevoli di attenzione c'è anche la musica. Da anni tutti noi stiamo constatando come nelle Facoltà di Lettere, a parte qualche storica eccezione, l'educazione musicale non abbia spazi e nelle Facoltà di Scienze della Formazione, sempre con eccezioni storiche, abbiano poco spazio le didattiche cosiddette "disciplinari" e quasi nullo l'abbia l'educazione alla musica. Dunque dopo essere stati abituati ad anni di digiuno, c'è finalmente da sperare. Per questo mi interessa molto partecipare.
Dai titoli si possono dedurre anche indicazioni concrete di come molti dei musicologi partecipanti tendano a piegare i loro tradizionali saperi al nuovo tema che sta emergendo e che impone le sue leggi. Nella maggior parte dei casi essi scelgono di non scendere direttamente nel campo specifico dell'educazione, che non appartiene alle esperienze a loro più familiari, però si pongono domande importanti e riflessioni sullo statuto "epistemologico" della disciplina: in sostanza tendono ad aprirsi a quella che si chiama in gergo "musicologia sistematica". Io stesso, su sollecitazione di Antonio Serravezza avevo tessuto fin dal 1985 un "elogio" di questa disciplina a cui poi ha fatto seguito, da parte mia, un'attività molto assidua in questo settore. Ora mi par di capire, e lo constato con grande soddisfazione, che gli anni dal 1985 a oggi non sono passati invano: la "sistematica" si è aperta dei varchi importanti. Si tratta di un primo passo assai interessante, di un'apertura che in futuro potrà anche avere conseguenze benefiche sul tema dell'educazione musicale.
A questa prima reazione di compiacimento sono seguite le perplessità di cui dicevo. Esse si riferiscono soprattutto ad alcune affermazioni francamente sorprendenti che sono contenute nella presentazione del Convegno: i presenti sono invitati a elaborare e ridefinire lo statuto disciplinare dell'Educazione Musicale, e il Convegno punta a costruire un "modello" della disciplina. E' da queste parole che nasce il mio disagio ed è da questo disagio che nasce la necessità di chiarire e precisare il senso della mia presenza. Io non riesco a vedere, infatti, la necessità di elaborare e ridefinire una disciplina che da decenni possiede già un proprio statuto estremamente solido. Basta guardarsi intorno per constatarlo: nei paesi del centro e nord Europa, in tutta la zona di cultura anglosassone, ma anche in Australia e in Giappone, esiste una fioritura immensa di studi, ed esiste l'ISME (International Society for Music Education) che periodicamente riunisce gli esperti del mondo in incontri di grande rilievo scientifico. Chi si è interessato a queste cose sa bene che non c'è bisogno di rifondare alcunché.
E allora? Forse c'è bisogno di "rifondare" in Italia, dove il mondo scientifico a queste cose è stato poco attento? Certamente ce n'è bisogno, ma perfino a chi fa una tesi di laurea si insegna subito che l'atteggiamento corretto di chi si accinge allo studio di un argomento nuovo non è quello di credere di partire da zero, ma è quello di aggiornarsi sulla bibliografia. E in fin dei conti, non è vero che in Italia non si sia fatto niente su quest'argomento. Se fra gl'invitati c'è anche il presidente della Società Italiana per l'Educazione Musicale, un'associazione che da quarant'anni svolge attività in questo campo, qualche ragione ci deve pur essere. La SIEM (qui purtroppo rappresentata da non più di 2 o 3 nomi) il suo modello l'ha pure costruito: si può non essere d'accordo, ma non si può ignorarne l'esistenza. Insomma, vorrei affermare che la cultura non si costruisce sull'isolamento, ma sul confronto.
Sì, è vero, sappiamo tutti che il confronto esige anche rapporti personali e che questi rapporti sono spesso difficili da costruire perché richiedono pazienza, attenzione per l'altro, capacità di dialogo. Ma se la capacità di dialogo non se la fa venire chi s'interessa di pedagogia, allora non vedo un futuro brillante per la nostra cultura.
In sintesi, dirò che se da un lato considero questo convegno importante sul piano della politica culturale perché per la prima volta sa coinvolgere forze nuove per un problema nazionale di grande rilievo, d'altro lato trovo che la sua impostazione è pericolosa sul piano strategico. Temo (anche se non me lo auguro) che il suo principale risultato possa essere quello di dividere ancor più ostinatamente in due campi netti il mondo di chi s'interessa di educazione musicale. Non mi sembra che uno scontro fra Università e Conservatori possa portare risultati fruttiferi. Io sono convinto che le battaglie, perlomeno quelle culturali, si vincono con la ragione e non con la forza. Accetto dunque questo convegno, e vi partecipo per gli elementi positivi che possiede, ma mi piacerebbe anche aprire subito un dibattito sui temi che esso implicitamente propone. Da chairman di una seduta non avrò la possibilità di farlo e per questo ho scelto quest'altra strada, se vogliamo un po' impropria, ma non irrispettosa.
Vorrei dunque concludere con un augurio: che il convegno abbia la capacità di porre le premesse a un dialogo futuro, che sarà forse difficile, ma che trovo inevitabile. A mezzo della nostra strada esistono forche caudine. È naturale che nessuno (né dei presenti né degl'ipotetici antagonisti) abbia voglia di affrontare un passaggio difficile e sgradevole e che tutti tendano ad aggirarlo, ma il passaggio c'è: è lì e si vede, e non si può fare a meno di prenderlo in considerazione.
Mario Baroni
Bologna, 26 aprile
2005