VENTI CONSIDERAZIONI PER LA COSTRUZIONE DI UN
CURRICOLO MUSICALE
Carlo Delfrati
Materiali provenienti dal forum del Ministero della P.I. di supporto
al lavoro della Commissione sul Riordino dei Cicli - gennaio 2001
Assumiamo
come fondamento di un curricolo musicale il principio che la scuola promuove
le competenze essenziali del soggetto, quelle che gli permettono di sviluppare
al meglio le proprie potenzialità; e le proprie tipicità,
portandolo a padroneggiare i mezzi per orientarsi nel mondo, per agirvi
positivamente, per compiervi le proprie scelte, per conoscere e rendere
operative le proprie vocazioni. Da una rilettura delle varie tassonomie
ricaviamo una mappa orientativa di competenze generali, che attraversano
l’esperienza musicale:
Competenze
corporee/motorie/percettive: riferite alla capacità di conoscere,
usare e promuovere al meglio le proprie modalità sensoriali e ideomotorie;
Competenze
affettive/relazionali: riferite alla capacità di maturare sicurezza
interiore, di ascoltare e interpretare l’emotività propria e altrui,
di accettare il diverso, di porsi in relazione cooperativa con gli altri,
di interiorizzare comportamenti civilmente e socialmente responsabili,
nel rispetto della realtà umana e ambientale;
Competenze
espressive/comunicative/creative: riferite alla capacità di esprimersi
e comunicare con i diversi linguaggi e le diverse modalità dell’esperienza
estetica, possedendone i relativi codici di accesso;
Competenze
cognitive: riferite alla capacità di argomentare, di problematizzare,
di analizzare e sintetizzare, di valutare, di applicare regole; di collocare
le creazioni umane nel loro contesto storico-culturale; di partecipare
alla fruizione del patrimonio di valori e di opere allestite dall’umanità
nel corso della sua storia.
Alla maturazione
di queste competenze, piuttosto che alla mera acquisizione di nozioni e
tecnicismi, è orientato il curricolo musicale nella scuola dei nuovi
cicli. Più specificamente:
L’esperienza
sonora è uno dei veicoli primari nella costruzione del mondo intellettivo
e affettivo della persona. L’udito, "tatto a distanza", è strumento
di orientamento e di costruzione della realtà, non solo o non tanto
in senso fisico, ma in senso semiotico, o simbolico che dir si voglia:
il mondo acquista gradatamente forma e significati, per il bambino, anche
attraverso l’opera costruttrice dei percetti sonori. Si pensi solo al ruolo
basilare che la percezione uditiva gioca nella strutturazione dei nessi
spaziali e temporali compiuta dal bambino fin dal primo anno di vita. E’
su questo fondamento che si sono sviluppati i sistemi evoluti di simbolizzazione
che fanno capo ai codici musicali. Dai livelli elementari della prima infanzia,
a quelli avanzati delle più complesse creazioni artistiche, agisce
in altri termini un pensiero uditivo, non riducibile ad altri pensieri,
non surrogabile da altri sistemi simbolici. La sua originalità è
l’originalità stessa del medium sonoro, dell’insieme di processi
che lo riguardano, del percorso evolutivo che il pensiero segue nella crescita
della persona, così come nella storia e nella consistenza dei suoi
risultati, le opere musicali. L’educazione ha dunque il compito di permettere
alla persona il massimo spiegamento di questa primaria risorsa o, in termini
rovesciati, di impedirne l’arresto e l’atrofizzazione.
Fin dalla
primissima infanzia l’esperienza sonora si salda strettamente con la motricità,
accomunate entrambe dalla sperimentazione delle strutture ritmiche. Il
suonare e il cantare mettono in campo sempre più raffinate abilità
propriocettive, cinestesiche e ideomotorie; favoriscono l’acquisizione
del coordinamento motorio (sincronismo, bilateralità, scioltezza
del movimento); reciprocamente l’ascolto interiore è veicolo induttivo
di comportamenti e strategie motorie.
L’educazione
della percezione uditiva è il fondamento su cui si costruisce
ogni esperienza musicale, sia di tipo operativo sia di tipo cognitivo.
La capacità di ascoltare gli eventi sonori e musicali si traduce
tout court in capacità di ascoltare se stessi, come presa di coscienza
delle proprie modalità di sentire, e capacità di ascoltare
gli altri, come partecipazione empatica, "consonante" con il loro mondo
interiore.
La connessa
capacità di vivere positivamente il silenzio appare particolarmente
importante, in una società vieppiù esposta all’incremento
della diffusione acustica, a una invadenza del suono, da cui l’individuo
ha imparato a difendersi abituandosi ad escluderlo dal campo attenzionale,
con le ben note conseguenze di tipo fisiologico, psicologico e culturale.
Abituandosi a non ascoltare, la persona finisce col diventare incapace
di ascoltare. La difesa dall’invadenza sonora, fino alle situazioni
di inquinamento acustico, passa non da una mutilazione della capacità
e dell’attitudine ad ascoltare, ma all’opposto da una presa di coscienza
della realtà sonora e da una ritrovata capacità di mettersi
in ascolto.
La perdita
della capacità di ascolto consegna alla società di oggi un
individuo esposto ai condizionamenti dei media. La manipolabilità
del cittadino è direttamente proporzionale alla sua ineducazione.
Si conosce bene la massiccia presenza della musica nei media, cinema, tv,
radio, cd-rom, computer, Internet, videogiochi (in realtà audiovideo-giochi),
luoghi sociali. Con la musica l’emittente fornisce un suo "punto d’ascolto"
della realtà, simmetrico e complementare al suo "punto di vista".
E’ questa presenza che reclama una corrispondente attrezzatura critica
nell’individuo. L'educazione musicale, nell’insieme dei suoi percorsi -
percettivo, riproduttivo, creativo, cognitivo - si assume così il
compito di trasformare in esperienza di comunicazione quella che il non
educato subisce invece come condizionamento.
Nella
sua storia l'uomo ha codificato, con il suono, un sistema di simbolizzazione
ben distinto da quello verbale, quanto a potenziale semantico, a strutture
morfologiche, a funzioni personali e sociali. Musica, o linguaggio musicale,
può essere definita semplicemente qualsiasi organizzazione di materiali
sonori secondo codici distinti da quelli della codificazione verbale
attivata dal pensiero uditivo.
In quanto
tale la musica, è dotazione fondante di ogni persona, non proprietà
di individui privilegiati. E ogni persona ne è dotata in forme e
modalità particolari. L’educazione ha il compito di confrontarsi,
prima che con la quantità del senso musicale del soggetto, con la
sua qualità, la sua tipicità, per poter stabilire quali debbano
essere le strade per svilupparlo. Anche nel curricolo di educazione musicale
sono necessarie scelte che rispettino e valorizzino l’identità
musicale del singolo allievo.
Fin dai
primi anni di vita il bambino esprime il suo mondo interiore con i suoni.
La musica, per il fatto di essere solo incidentalmente piegata, nelle nostre
pratiche culturali, a funzioni referenziali, denotative, di comunicazione
pratica, fa leva sulla dimensione affettiva: veicolando stati e
percorsi emozionali specifici, il far musica, con la voce, con gli strumenti,
con i mezzi a disposizione, permette, al bambino come all’adolescente,
di esplorare, nell’emotività della musica, la propria emotività.
Il patrimonio
musicale fornisce spazi di esplorazione di idee, emozioni, concezioni del
mondo di alto valore estetico, non altrimenti esperibili. Il patrimonio
del passato mantiene viva la sua valenza simbolico e ci consente di vivere
e apprezzare la poliedricità delle culture, nonché, come
avviene per le conoscenze, ci consente di esplorare il futuro.
Nel concetto
così definito di musica rientra una categoria comunicativa tanto
cruciale nella vita di relazione quanto trascurata e disattesa dalla routine
scolastica: l’insieme di quei tratti che in ambito linguistico vengono
chiamati sovrasegmentali o paralinguistici; ma meglio ancora prosodici,
secondo l’etimologia che li riconduce correttamente a quel che sono in
realtà, aspetti squisitamente musicali. La prosodia non è
che l’irruzione di un codice musicale entro il linguaggio verbale, tale
da far prefigurare un apposito percorso di educazione prosodica
all’interno del più complesso curricolo di educazione musicale.
Il controllo dell’oralità non può non passare se non attraverso
il controllo percettivo, intellettivo, fisiologico, di eventi melodici
(intonativi), dinamici (intensivi), ritmici, timbrici: che è la
griglia stessa entro cui l’educazione musicale definisce i propri obiettivi
e i propri contenuti. La maturazione delle abilità musicali ricade
su quella delle abilità prosodiche, di dizione, recitazione, lettura
espressiva; e viceversa l’educazione della voce parlante diventa uno strumento
e un canale prezioso per la didattica musicale. Basti pensare ai trasferimenti
possibili, reciprocamente, dall’esperienza del parlare a quella del cantare:
quest’ultimo, linguaggio intrinsecamente multimediale, bidimensionale.
Prosodia,
canto, pratica strumentale sono forme che trovano un primo momento forte
nell’attività riproduttiva, ossia nell’esecuzione dei repertori.
Qui assume rilevanza una delle attività più tipiche e significative
della disciplina, l’attività collettiva. Il far musica insieme
esige una serie di condotte: saper conservare la propria autonomia e contemporaneamente
sapersi coordinare con gli altri, equilibrando la propria sonorità
con quella dei compagni, saper ascoltare il risultato dell’insieme, saper
rispettare le consegne stabilite, saper assumere ruoli diversi. Tutte esperienze,
nella loro sostanza uditiva specifiche e non surrogabili, per educare all’interazione
e alla socializzazione.
Un secondo
momento, altrettanto forte e significativo, la pratica musicale lo trova
nelle attività di manipolazione creativa del suono, nella
costruzione di eventi sonori, con la voce, gli strumenti, i mezzi sonori
disponibili: sonorizzazioni, canti, accompagnamenti, variazioni di materiali
sonori dati, creazione di eventi nuovi, improvvisazioni vocali e strumentali
e così via; ma anche decisioni personali sulle scelte riguardanti
l’esecuzione del repertorio, dinamiche, agogiche, frastiche, timbriche.
Al bambino che nei primi anni di vita attiva spontaneamente tutte queste
pratiche creative, producendo la sua musica con la voce e con i mezzi a
disposizione, occorre offrire occasioni di sviluppo nelle età successive,
per consentirgli di esprimere il proprio mondo interiore nelle forme sonore
congruenti con la progressiva maturazione personale, e nella sostanza espressiva
propria del medium sonoro, in parallelo e a integrazione del suo sviluppo
creativo negli ambiti visuali, gestuali, verbali.
La creatività
è anche il terreno della libertà. Per il soggetto, prendere
coscienza della liceità di scelte estetiche diverse dalle proprie
è un viatico per maturare la capacità più generale
di darsi ragione delle scelte altrui, e di accettarle: un valore
aggiunto dell’esperienza creativa, che facilita l’accettazione del cambiamento
e del nuovo, e la conquista dei valori della relatività e della
tolleranza.
Insieme
alle altre discipline che non fanno capo, almeno prioritariamente, al linguaggio
verbale (ossia arti visive e motricità), la musica è terreno
privilegiato per far accedere il giovane all’incontro multietnico.
Il bambino che anche in carenza di interazione verbale condivide a scuola
con l'extracomunitario le rispettive musiche, sarà più facilmente
l'adulto capace di rispetto e di interesse verso le altre culture. Proprio
perché la musica è in primo luogo pensiero, simbolizzazione
del mondo, le musiche degli altri popoli ci aiutano a capire le loro culture.
Questo varrà a maggior ragione per la nostra cultura, del presente
e del passato. L’adolescente, che ha accesso ormai a musiche di ogni parte
del globo, deve trovare nella scuola la possibilità di contestualizzare
l’ascolto e di scoprire e apprezzare, attraverso la musica, le valenze
della cultura spirituale e materiale degli altri popoli.
Oggi la
musica è una componente imprescindibile della cultura dei giovani,
una manifestazione che impegna una parte cospicua e intensa della loro
vita. Lo è, e lo sarà prevedibilmente sempre di più,
perché sempre più facile sta diventando l’accesso alla produzione,
alla registrazione e alla conservazione di suoni e musiche: la tecnologia
che sta facendo compiere passi da gigante alla multimedialità allinea
ormai l’accessibilità del repertorio sonoro e musicale a quella
della parola e dell’immagine. Non è solo l’aspetto passivo a venire
rivoluzionato dall’elettronica e dall’informatica: i giovani possono già
oggi attivare la propria creatività musicale in forme più
dirette, articolate e multiformi di quanto non fosse possibile con i mezzi
tradizionali. L’estrema duttilità e plasticità del materiale
sonoro la sua apparente non-resistenza materica, la sua stessa labilità
temporale lo rendono il veicolo più capace di dare forma alle
pieghe sottili e instabili della personalità adolescenziale. Possedere
le chiavi di accesso alla fruizione musicale, e in particolare alle sue
funzioni nei media, è uno dei bisogni più sentiti dai giovani,
che esigono una riposta consistente da parte della scuola. Solo così
è possibile evitare che restino consumatori passivi e acritici,
in balia del mercato, e ne diventino invece attori, capaci di capire, di
scegliere, di formarsi un gusto avanzato, di produrre in proprio.
Nel ciclo
superiore va presa in considerazione, accanto ai bisogni basilari di cultura
musicale da parte dei giovani, e accanto alla specificità delle
professioni legate alla musica, la rete delle professioni in cui
le competenze musicali assumono oggi una funzione portante, da quelle tecnologiche
a quelle educative, da quelle impresariali a quelle terapeutiche, da quelle
dei media a quelle dell’economia e della gestione della cultura.
La musica
non nasce oggi. Attraverso i suoni le generazioni che ci hanno preceduto
hanno allestito un immenso repertorio di "testi", un patrimonio
di idee e di emozioni. E’ anche attraverso questo patrimonio che la civiltà
attuale è diventata nei suoi aspetti migliori quello che è.
Un compito irrinunciabile della scuola è fornire ai giovani i basilari
strumenti di comprensione - interpretazione e analisi della musica,
permettendo di superare una sua fruizione riduttivamente edonistica, e
contrastando l'esclusione a cui altrimenti la persona si troverebbe condannata.
La musica
non nasce come un gioco di dadi. Ogni composizione musicale, ogni performance
musicale, nascono come voce dell’intero mondo simbolico degli individui
che li creano e della loro società di appartenenza. Per questa ragione
la comprensione dell’evento musicale, inserita nella più ampia lettura
multidisciplinare della realtà, apre il giovane all’intero ambito
di cultura e civiltà da cui l’evento è scaturito, storico,
sociale, antropologico, religioso e via continuando, così come avviene
con le manifestazioni che hanno preso corpo negli altri linguaggi: a condizione
che gli siano fornite griglie interpretative sempre più ricche e
criteri per un ascolto analitico sempre meglio articolato.
Il momento
analitico dell’esperienza musicale, le operazioni di ordinamento logico,
di relazionamento, di inferenza, la conoscenza dei meccanismi sintattici
e delle regole del codice, forniscono alla più generale competenza
cognitiva dello scolaro, strumenti e oggetti unici su cui esercitarsi.
Non va
infine dimenticato che nei suoi momenti riflessivi, nel dialogo quotidiano
tra alunno e insegnante, nella trasmissione delle conoscenze, nelle attività
di interpretazione e di analisi, nella lettura dei testi, nell’acquisizione
di un lessico specifico, l’educazione musicale e questo è
naturalmente vero per ogni altra disciplina - è anche, largamente,
educazione verbale. Proprio la centralità del linguaggio
verbale nella comunicazione colloca la competenza linguistica fra le tipiche
competenze trasversali, e quindi fa assumere l’educazione linguistica all’intero
corpo insegnante. Da una parte ciò alleggerisce il carico di responsabilità
dell’ora di italiano, dall’altra invoca una perequazione d’orario fra le
discipline.