Maxima moralia
di
Marco de Natale
[editoriale pubblicato nel
n. 14 -
maggio 2006 – di "Musica theorica SPECTRUM. Rivista
di Analisi e
Pedagogia musicale" - quadrimestrale della SIdAM, Società Italiana
di
Analisi
Musicale]
Sin dall'antichità la musica è
risultata indefinibile per la sua sostanza aurale; come tale oscillante
tra la
non dicibilità in termini di significato verbale, e la riconduzione
delle
sue strutture a ordini matematici o
geometrico-distributivi.In complesso la direzione di marcia è stata
quella del
riporto della musica a caratteri
cognitivi, più appropriatamente ritagliati sui realia
dell'umana esperienza. La filosofia della musica (o
estetica che dir si voglia) si è a sua
volta esercitata, rimanendo all'esterno dell''oggetto' a lei proprio,
nei modi
di un sapere il più ampio possibile, tale da richiamare visioni di
vita, e
quindi virtualità esistenziali ideologicamente o politicamente
riguardate
(significativamente Platone ne parla nella Repubblica,
Aristotele nella Politica,
e così via nel corso della storia).
In quanto detto sono evidenti le
difficoltà di parlare della musica se non in termini apprestati da
saperi altri,
tali da
incidere in essa con fini conoscitivi, fini inevitabilmente traducenti ciò che all'interno della musica si ritrova
con caratteri peculiari ma non tangibili, cioè obiettivi.
Tuttavia in tempi più recenti s'è
accentuata l'esigenza di riportarla, come per altre forme di cultura,
entro
quadri istituzionali - la scuola - e, compatibilmente con essa, la
necessità di
ascriverle una configurazione disciplinare.
In relazione a
tale
obbiettivo va dunque riconsiderato il passato della musica, per quel
che se ne
è fatto e pensato in funzione di visioni sovente esaltanti ma
eterogenee,
espresse da filosofi, matematici, poeti, santi e tanti altri, quasi mai
però
sufficientemente esperti delle attività fattili in essa implicate,
ossia di
impegno diretto nel produrla e praticarla e, all'interno
delle pratiche inerenti, vedervi l'incidenza
d'una specifica forma di intelligenza. Più di recente è dal versante
psicologico che su di essa vengono studi interessanti.
È per ultimo da considerare che in
epoche a noi non proprio remote, ha preso quota una intensa attività
ermeneutica intorno alla musica, e criticamente volta a far propria la
sostanza di essa nei modi di uno specifico linguaggio. A meglio
corrispondervi
è stata considerata in primis l'attività
compositiva proiettata nei
significanti linguistici - le 'note' -1 come tracce rivelatrici
del pensiero musicale. Su
questa linea Th. W. Adorno è stato certamente tra i massimi pensatori
che ha
rinnovato prospetticamente i termini della riflessione sulla e intorno
alla musica. Molteplici e profonde le sue competenze in campo
filosofico,
storiografico, sociologico, critico e finanche compositivo, e per
questo
preminenti sono i suoi interessi interpretativi della musica. È però
noto che
essi si son venuti ritagliando a ridosso
di una situazione nella quale la musica 'colta'(ovvero classica) ha
conosciuto
una irrefrenabile alterazione della sua 'essenza', tale da far violenza
a una
sorta di diffusa ritualità a lenta evoluzione nel tempo, a pro' di una
dialettica di -ismi compositivi (Schönberg, Stravinskij, Neue Musik) intesi a sincronica rimozione di
conformazioni strutturali stilisticamente generalizzate.
Il perché di questa intrada, è nel
sottotitolo di questo scritto, in apparenza occasionale:la riforma in
corso
degli studi musicali, in particolare l'istituzione dei Licei. Ma
l'occasione, a
ben considerare, è un evento decisivo che solleva - a insaputa di tanti
-
questioni di carattere storico dietro cui s'annidano problemi di ordine
gnoseologico, soprattutto con riguardo a ciò che della musica concerne
il
'dentro', cioè le sue pratiche formative, premesse come sono a un
ripensamento
delle funzioni dell'avvio professionale a quest'arte. È in quelle
pratiche che
s'annidano esperienze suscettibili di riflessione specificamente
articolate.
Orbene, qui si profila il dubbio
adeguamento delle tradizionali pratiche conservatoriali all'assetto di
un Liceo
musicale modellato, per malinteso culturalismo, sull'indirizzo
classico-liceale, col suo impianto umanistico prevalentemente
verbo-centrico,
con varie ramificazioni in saperi matematico-scientifici.
Sulle difficoltà di procedere in tal
senso, nello specifico della musica visibilmente posta all'incrocio di
saperi,
ci si è già soffermati su questa rivista.2 Sulle insufficienze
normative oltre che di
ri-programmazione degli studi musicali a seguito della promulgazione
della L.
508/1999, ci si è espressi nell'editoriale a questo immediatamente
precedente
(n.12/2005), non per civetteria bibliografica richiamante nel titolo - Minima moralia
- una famosa opera di Adorno.
Entriamo in argomento. Nella
"Bozza regolativa per il secondo ciclo degli istituendi Licei" il
ministro Moratti dichiarava che "i Licei hanno fatto e fanno
riferimento
[...] alla theoria, ovvero al conoscere fine a se stesso" (sic), nel
"vedere conoscitivo". In tal senso soggiungeva che proprio
"perché trova la sua causa finale nella theoria il Liceo [in senso
generale] non mira affatto ad una semplice collazione, ancorché
sistematica, di
diversi 'saperi'. La sua ambizione è piuttosto di trasformare i
'saperi' in
'sapere' e in 'cultura', cioè in un'occasione per maturare attraverso
la
conoscenza". Espressioni queste fatte proprie da una esperta manager prestata - fortuitamente - ai poteri
statuali dell'istruzione pubblica, ma sicuramente dettati, quegli
enunciati, da
esperti del mondo accademico. Nella fattispecie della musica, gli
enunciati
generali si riportano a orientamenti di un pedagogista, il prof.
Giuseppe
Bertagna; che peraltro, al di là di personali conoscenze in materia,
presumibilmente generiche, deve aver consultato, o forse solo raccolto
opinioni
di rappresentanti della cultura musicale: in particolare, per quel che
è dato
apprendere, competenti della neonata fascia pedagogica che si
identifica con
l'Educazione musicale. Già, perché musicisti e musicologi
accademicamente
impegnati si sono dignitosamente limitati a tentar di tener fermi i
paletti di
protezione istituzionalmente loro garantiti per tradizione, ma
purtroppo
inavvertiti della crisi, in fatto di antropologia sociale, che sta
alterando la
visione 'classica' della musica, e conseguentemente i criteri
epistemologici
che ne scandagliano la 'sostanza'.
Non è certo un Editoriale la sede
idonea ad affrontare questioni concettualmente altolocate.3 Ci
si deve qui limitare a riflettere
sul'occasione emergenziale dei Licei, tutt'al più mostrando quanto
nella
programmazione del "Piano di studi e Obiettivi di apprendimento"
riguardante i previsti Licei musicali, venga prescritto di attività e
insegnamenti
obbligatori, taluni a scelta degli studenti.
Vi si dà un distinguo tra 1° e 2°
biennio, e un 5° anno conclusivo del ciclo. Tralasciamo - perché non
confacente
al tema che ci occupa - di considerare il curricolo di materie musicali
grosso
modo richiamanti l'istituzione-madre che è il Conservatorio. Ci si
propone di
riflettere sull'elenco di discipline non musicali che vanno dalla
Lingua e
Letteratura italiana all'inglese (o lingua comunitaria), da Storia e
Filosofia
a Matematica e Fisica, dalle Scienze naturali alla Storia dell'Arte
(s'intende
figurativa), con in più un aggancio nella sezione coreutica alla
Teoria, Storia
e Tecniche della danza.
A tali enunciati programmatici, seguono
indicazioni didattiche specifiche per le singole discipline, ma vi si
dice che
esse sono le stesse di quelle di tradizione liceale classica.
Si noti il nostro rimarcante corsivo, giacché proprio tale
identificazione è il
punto cruciale su cui è lecito riflettere, pur se in senso assai
generale.
Risaputo è che nei Conservatori, negli
scorsi decenni, le pur tangenziali aperture a scuole medie a indirizzo
musicale, o addirittura ai Licei, sono state avversate e ritenute non
appropriate ai curricoli di studi musicali, anzi distraenti rispetto a
questi.
Un tale orientamento negativo è stato
considerato, fuori dagli istituti interessati, segno di ottusità,
retaggio di
competenze artigianali gelosamente chiuse ad aperture culturali (in
Italia, a
vero dire, di segno marcatamente retorico-letterario). Va nondimeno
detto che,
non proprio frutto di oscurantismo, le ragioni del rigetto vanno
riguardate con
attenzione, abbordando questioni che, per tradizione irriflesse nei
Conservatori, lo sono altrettanto, pur se per ragioni opposte, nei
tanti
detentori di 'saperi' che, come sopra specificato, hanno procurato
esiti
estroversi nel corpo del pensiero musicale sovrinteso alle pratiche
d'arte.
Può sembrare una partigiana alzata di
scudi, ma saremmo malintesi. Diciamo piuttosto che l'immissione pura e
semplice
di discipline di stretto conio classico nei Licei musicali può avere
effetti di
sterile aggregazione, in assenza di una prospettiva concettualmente
adeguata, e
per ciò stesso di effettivo disturbo rispetto alle attitudini e alle
competenze
da acquisire in vista di professioni artistico-musicali.
In altri termini, il rischio è di
volgere a destini dilettanteschi o amatoriali le irrinunciali esigenze
di
pratiche d'arte seriamente perseguite già in nuce; legate come sono - se
ci
si consente il paragone - a comportamenti spontaneamente 'claustrali'
per
antica tradizione. Ciò che non si comprende di tali consacrate
prerogative, pur
se dubbiamente sostenute, è generato da un privilegiato cognitivismo
non del
tutto adeguato ai processi costitutivi delle esperienze artistiche,
processi
nei quali viene in certo modo riflessa
tanta parte dei 'saperi' che vi si vuole inserire, senza tuttavia
vederne i
limiti di una disturbante introiezione. Non è da prendere questa nostra
affermazione per il verso d'una consunta declamatoria pseudo-romantica.
Gli è
che l'immaginazione musicale affonda le radici in capacità elaborative
già a
livello di dinamismi psicosomatici (su piani performativi), questi a
loro volta
in funzione di superiori livelli dell'intelligenza musicale
creativamente
sospinta.
Ciò detto, non sembri che ci si stia
facendo custodi d'un classicismo sacramentale, di certa assolutizzata
'essenza'
della musica: vedi caso nel momento in cui essa è aperta a terrestri
funzioni
spesso dissacranti a fronte di forme di vita in frastornante evoluzione.
Ancora a scanso dell'accusa presentita,
diciamo che la musica è comunque luogo di eventi vissuti nei valori
illusivi
(dall'etimo di in-ludere) e allusivi dell'umana esistenza, e in
termini effusivamente simbolici, non in
valori dal "tenore cosale" (Benjamin). Essa è legata a continua
presentificazione di eventi tipici di una forma fluens
di pensiero dissaldante la condizione della sincronia pensile,
essenzialmente astratta delle conoscenze logico-razionali. Nel pensiero
musicale vivono e ri-vivono momenti di una memoria ecoica sensibilmente
mossa,
aperta a proiezioni fantastiche tali da rimuovere dalla loro fissità i
dati
acquisiti per via di conoscenza formalmente concepita.
Ad essere più precisi, i valori
cognitivi della musica sono in qualche modo e misura coincidenti con le
sue
strutture conformative, ovvero con gli artifici codificati nella prassi
compositiva, come tali imparentati con
ordini razionali; ma quelle strutture sono pur sempre riportate a configurazioni rappresentative in guisa di disegni, di profili aurali
riflettenti sensi di vita metaforicamente evocati.
Gli stessi reperti storici della musica
sono il recupero di momenti che, come nel mito e nel gioco, si fanno
'rito'
(teatro, concerto, balletto e altro ancora), rito virtualmente vissuto,
esibito
in praesentia. Diciamo en-temps e non hors-temps, smentendo Xenakis.
Ci si è esposti dapprima a far da
custodi di una visione 'classica' della musica; ma s'è parlato non di
una sua
'essenza' quanto di sue funzioni ognora ri-create nella vita degli
uomini. Sono
funzioni che, antropologicamente riguardate, portano sul piano
educativo a
vedervi le origini psicogenetiche in quella sorta di bricolage
consistente nel cantare, nel fischiettare, nel sonare, di tanta parte
dunque
dell'esperienza minuta del fare o sentirsi dentro la musica: ciò da cui
si
diparte - per tappe e trame culturalmente complesse - l'empito
concezionale a
più alti destini. Il momento attivistico-esibitivo che vi è profuso
s'accoppia
e si riscatta nella specie di firmamento vegetativo qual è l'ascolto -
o
l'auto-ascolto - che è zona d'intelligenza intuitiva (meglio detta
tacita),
ossia tale che prende almeno di primo acchito la via di determinazioni
audiali,
specificamente fisionomiche. Sono esperienze, si badi, in qualche modo
simili alle
tante ed effusive comunicazioni non
verbali, alle quali la musica è parecchio affine.
Pare ci si stia spingendo assai oltre
in un editoriale, che per consuetudini deve attenersi a usanze
giornalistiche.
Lo ammettiamo. Ma non esitiamo a dire che in assenza di riflessioni
come le
nostre, suppostamente inopportune, se non proprio ricusabili, non ci si
rende
conto di quanto l'indiscriminata adozione in sede di Licei musicali di
discipline tradizionalmente liceali non è solo causa, come giustamente
temuto,
di rattrappimento delle funzioni fattili (da facere, si badi) implicate in
ogni
attività che alla musica si richiami; lo è pure - e quanto più nel
profondo -
nella dirottante meta di aggregazione non meditata
agli studi musicali di un certo numero di discipline a impianto
cognitivo che riproducano gli effetti estroversi storicamente rilevati in
apertura di questo scritto. Un retaggio a malapena avvertito nello
scontro
corporativo - inutile negarlo - che ha preso piede nell'attuale fase di
ridefinizione degli studi musicali tra categorie accademiche e
rispettive
istituzioni coinvolte (Università, Conservatori).
E si rifletta: non è questione di una
loro integrazione risolta, o meglio dissolta in convenzioni
contrattuali fra
istituzioni ad oggi reciprocamente estraniate; la questione prioritaria
è
quella di argomenti tempo addietro già affiorati
sull'interdisciplinarità in
generale in àmbito pedagogico. Già: inter (= tra, in mezzo) -disciplinarità. Cosa c'è in quell'inter? Ci s'induce a
suggerire, in linea con
orientamenti ormai ineludibili in tanti aspetti delle
società odierne - e nel post-moderno che
culturalmente vi s'insedia -, di dar retta a un antropologo
non-razionalista,
Edmund Leach,4 allorché
indaga le transizioni apparentemente continue nel triedrio di una
realtà
costituita a) dalle
funzioni concettuali della mente, b) dalle immagini
sensoriali che istituiscono legami simbolici, e c)
dagli oggetti-eventi del mondo reale. In
altre parole, ci si avvede che tra la zona A (tipica della mente) e B
(tipica
della conoscenza oggettiva) s'interpone una sorta di Y quale "zona di
confine, area 'consacrata' soggetta a tabù". È luogo d'incroci, di
passaggi sottaciuti, specificamente alteranti e connettenti le zone
che,
diversificate su piani formali o sostanziali, si fanno flessuosamente
comunicative in forme mediali. .
Stiamo a ciò che ci riguarda. Quanto e come
riesca di individuare, tra le discipline
classico-liceali e quelle virtuosisticamente fattili, finanche
creative, del
far musica, le transizioni concettualmente afferenti l'anzidetta zona
"soggetta a tabù"? A qual punto l'individuazione degli schemi o
meglio dei processi di una "memoria dinamica", è in grado di
stabilire, nella formazione dello studente e nelle competenze dei
docenti,
connessioni tra le funzioni sopra dette conformative e rappresentative
del
pensiero musicale?
È perlomeno intuibile che proprio in e fra le
tappe formative di quella esperienza,
sia una evoluta Teoria della musica
a poter depistare gli anzidetti tabù, irretiti nei frames (sorta di cornici) trascontestuali
della comunicazione orale cui
tradizionalmente s'affida l'iniziazione compositiva e la stessa
formazione
musicale.
Soffermiamoci un momento sulla
precostituita giustapposizione, che ci spingiamo a denunciare, di discipline classico-liceali, cui
sbrigativamente ci s'induce in sede di programmazione dei previsti
Licei, nel
nostro caso concepiti quali tappe centrali della formazione musicale.
Relativamente a tale obbiettivo è noto
quanto il cognitivismo dispiegato nella matematica, sovente
nozionisticamente
appresa, nella sua pur irrinunciabile logica
astrattezza, sottace quanto il pensiero
musicale esibisce in quadri
conformativi (strutturali) che si fanno sensibilmente rappresentativi entro
processi ideo- e psicomotori, svolti nell'alveo di categorie designate
come
melodia, armonia, ritmo, tone-colour,
peraltro in reciproca ma sempre smossa interazione su versanti
sensitivi
intermodali, sia estero- che propriocettivi.
Su altro versante è risaputo quanto per
via d'imprestiti il discorso verbale impregna sintatticamente - per
sottesa
metonimia - l'assai vago e mai assolutizzato eloquio musicale: che dissolve nel
gioco di riflessi prosodici e disegnativo-metaforici - in sede aurale -
quegli
imprestiti: il tutto in oscillazione intersemiotica, a pro'
dell'immaginazione
musicale. Trattasi di cose ancora molto trascurate all'interno di una
estetica
tutto risolvente in chiave idealistica. E le conseguenze le si vede nel
guazzabuglio di questioni concernenti
Ancora un caso. L'accostamento del
giovane musicista alla Storia dell'Arte (pittura, scultura,
architettura) passa
attraverso solchi incolmabili tra le varie pratiche materialmente
edificanti,
ma ancor più attraverso principi noetici riguardanti le diverse
categorie di
pensiero che insieme distinguono e pur rendono contigue quelle arti e
la
musica. Un solo esempio: è forse chiaro, stando agli imparaticci
storici su
versanti ermeneutici, supportati da sedimentazioni teoriche, quanto la prospettiva
nelle classiche arti figurative, frontalmente statiche, si ritrovi
prossima,
pur se in tutt'altro senso, alla tonalità in musica, una prospettiva a
proiezione mentale avente forma di scorrimento nel tempo e non di
distribuzione
nello spazio?5
In via generale s'intravvede dunque
quanto trascurata sia, nella zona tabù sopra richiamata, la rete
simbolica cui
sono aperti l'esperienza e il pensiero musicale, sostenuti da una
memoria
semantica a diffusa irradiazione, come tale integrante processi
comunicativi di
cui la musica è massimamente esemplare.
Orbene, pur se attraverso i cenni cui
ci siamo indotti, ci si chieda: quanto ricca di speranze motivate si
profila la
programmazione dei Licei musicali?
Non è il caso di dilungarci nel
denunciare la traballante interdisciplinarità cui si vuole esporre la
nascente
istituzione liceale quale corpo medio-superiore della formazione
musicale. Di
mezzo ci sono le tensioni mentali che vi si insediano, e la domanda è
se a
porvi rimedio possano essere docenti di formazione classico-liceale
(magari
solo amanti di musica, come gli antichi, illustri pensatori dianzi
citati), o i
musici-facenti pronti a confidare nelle matrici dell'intuito che tacitamente (?)
si fa estrosa comprensione.
Sorge la necessità, per chi si fa
carico di doveri istituzionali in tal senso assai delicati, di
dedicarsi a
studiare gli itinerari specifici e interattivi tali da integrare
e saldare le competenze
musicali con vari 'saperi' disciplinarmente articolati. Le tappe
pedagogiche in
ascesa debbono costituirsi, per usare una metafora, con moto
elicoidale, ossia
di una retta in ascesa e un moto curvilineo a raggio costante intorno a
essa.
Vanno opportunamente rimandati a livelli
accademici superiori (AFAM) con le opportune specificazioni, gli
approfondimenti di tutto ciò che può riguardare le varie, odierne
specializzazioni artistiche, e correlate conoscenze di una musicologia
teoricamente attrezzata.
In conclusione: ci si è portati ancora
una volta in prossimità di problemi assolutamente elusi sul piano della
"concertazione" in sede amministrativa, e negletti
nell'"ispirazione" dei musici accademici che hanno concorso almeno
consultivamente alla stesura della L. 508/'99,6 e successivamente alla
definizione del Piano di
Studi e Obbiettivi specifici di apprendimento negli istituendi Licei
Musicali e
coreutici. Non è il caso di mettere un po' le mani avanti?
Prima che sia troppo tardi.
m. d. n.
Note
1. Negli scorsi
decenni, soprattutto in ambiente italo-francese, c'è stata una
fioritura di
studi semiologico-musicali fortemente condizionati da esperienze
linguistico-verbali, il cui tramite fonetico è stato costituito dal
sistema
notale tradizionale.
2. Cfr. i nn. 10 e
11/2005).
3. Il lettore sa
dell'esserci in precedenza dedicati a sollevare questioni del genere,
per ciò
che se ne poteva dire in una rivista per sottaciuta ambizione simile a una sorta di... CNR di 'scienze' musicali, ma
soggetta per legge solo a tutela dell'Ordine dei giornalisti!
4. Di questo autore
cfr. Cultura e comunicazione. La logica della connessione simbolica,
tr. it.,
Fr. Angeli, Milano 1981.
5. È pure da osservare
che la prospettiva tonale assimilata a quella pittorica, a muovere
dalla
seconda metà del sec. XVII, e sul piano teorico con J. Ph. Rameau,
assume
caratteri paradigmatici simili a quelli della dinamica galileiana e
della
gravitazione newtoniana. La trasposizione simbolica convoca in una
delle zone
tabù sopra evocate (cfr. i Trattati di Armonia!) il docente di Fisica e
quello
di Storia della musica negli istituendi Licei musicali.
6. Cfr.
l'Editoriale Minima moralia, già cit.,
cui il presente idealmente si connette. Non si manchi di avvedersi che
se in
quello il distinguo fittizio denunciato fu tra " tetto e fondamenta",
nel presente è il "tetto" a costituire oggetto di serio ripensamento.
La
rivista, di cui si
presenta il programma, rivendica una pretesa di autorità nella misura
esatta in
cui si dà coscienza della propria situazione. Solo in quanto si attiene
a una
tale coscienza, essa può aspirare senza tracotanza - in un tempo che ha
smarrito
ogni altro criterio di attualità che non sia "ciò di cui parlano i
giornali" non ha più nulla a che fare con la realtà - a trovare in se
stessa il criterio della propria attualità."
Da Infanzia e storia. Distruzione
dell'esperienza
e origine della
storia, di Giorgio Agamben, PBE, Torino