La musica tra diletto e sublimità *
“L’artista può piacere senza
istruire,
ma
non può istruire senza piacere.”
Francesco Milizia
Storico dell’architettura (1725 – ’98)
Nel gergo giornalistico e radiotelevisivo corrente, la musica è distinta in “leggera” e “seria” (o classica). La biforcazione, ispirata a…’democratica’ tolleranza in fatto di gusti, non pare comportare giudizi perentori quanto a valori, giacché in ognuno dei due campi ci si può riferire a generi musicali specifici, incomparabili per via di formale autenticazione culturale. Tanto più che per la musica “leggera” – rock, rap, jazz e via dicendo – ad esserne fruitori sono i giovani, mentre per quella “seria” sono gli anziani, presuntamente più maturi. Sono confini generazionali dunque a fare da spartiacque.
Di fatto però la biforcazione allude o rimanda a criteri che hanno a che fare con la conseguita affermazione storica della musica ‘sublime’ per un verso, per l’altro con l’immediatezza consumistica tipica dell’odierna civiltà di massa, cui meglio s’addicono impulsi volti a fuggevole soddisfacimento. L’espansività giovanile è certamente più esposta a tali impulsi, ed è per reazione a questi che s’affacciano riserve su ciò che più e meglio sembra incarnare gli esiti: ovvero le spinte psico-corporee che la musica, per certi suoi fondamenti antropologici, è meno portata a sottacere o reprimere. Determinanti risultano, per la musica di consumo, i piaceri di una primeggiante euforia di vita, dello svago, non raramente segnato da frastornante mattanza di gruppo. Tutti caratteri estranei agli ideali costituenti l’essenza della musica ‘classica’, ideali eticamente rimirati all’insegna di un pensiero ‘profondo’.
Nel fenomeno della ‘tolleranza’, sociologicamente confacente ai due generi di musica, s’affaccia comunque un filo di ‘risentimento’, inserito tra l’etico e l’estetico quanto a livello artistico, a non dire dei pregi educativi attribuiti al patrimonio ‘classico’ storicamente acquisito. Nella ormai babelica civiltà di massa, ad esserne negativamente toccate sono peraltro tradizioni legate allo status symbol di certi strati sociali che quel patrimonio predilige; e ad essere istituzionalmente interessata al fenomeno è la scuola. La quale, frequentata dai giovani, vincolata a progettazione di ascesa culturali di essi, è pur tenuta a considerare, dipendentemente dall’età, le virtuali capacità assimilative della varie discipline impartite. Quella musicale ha caratteristiche particolari, rispetto alle altre stagionate su fondamenti cognitivi, razionalmente vincolanti, ossia meno segnate da impellenze sensitive.
C’è da dire che per la musica ’colta’, se da una parte non si può prescindere dai valori consegnati a memoria storica, dall’altra certe premesse psico- e sociogenetiche poste dalla loro rivisitazione oggi, impongono per la sensibilità giovanile strategie particolari, ovvero più e meglio correlate con espressioni, o meglio esperienze, di sensi di vita emotivamente esaltanti.
In tal senso non si può certo indulgere per la musica a similitudini con ciò che si ritrova nelle letture amene, in spiritosi fumetti o nelle trovate dei romanzi d’avventure. Tutte cose surclassate nella scuola dalla monumentale letteratura verbale. Se non altro, quelle stesse cose attraenti cui pure si concedono i giovani, presuppongono un processo di alfabetizzazione: che per la musica si tradurrebbe in noiosi apprendimenti solfeggistici, astronomicamente lontani dai ‘godimenti’ di cui la musica è pur sede. Meglio puntare sull’ascolto; ma anche questo non può prescindere da iniziazione per ciò che in ogni musica del passato è legata a gusti, costumi socialmente ormai dismessi.1 A non dire della musica ‘colta ‘ del Novecento, abbisognevole di ‘riflessione profonda’ onde comprenderne il pensiero complesso. È quanto accaduto pure alla musica ‘colta’ più esposta a fervori politici, a ideologie di riscatto sociale, da Kurt Weill a Luigi Nono, musiche comunque segnate da connotati di cultura tardo-borghese, cui non s’adegua neppure tanta parte del pubblico colto. Fuor d’ogni metafora: vi difetta il ‘piacere’ cui la musica è legata per sua natura.
Meglio esplicitando: di mezzo non c’è quell’indefinibile ‘piacere’ che lega la nostra arte al farla quanto all’ascoltarla? Il piacere che vi si connette, rispetto alle cose serie della vita, è davvero cosa futile? O è qualcosa di cui è largamente segnata la vita, nelle svariate e onnipresenti forme di gioco?
Non si esce dall’empasse: lo stesso gioco sembra comunque non addirsi alle finalità della scuola, all’educazione intellettualmente sorvegliata. Eppure una via d’uscita la si trova se si considerano i codici multipli cui la musica è legata con i valori più profondi della vita d’ogni tempo. Cosa sono i “codici multipli”? Più che cose misteriose, sono tratti e componenti più direttamente connessi con la comunicazione tra gli uomini, e la musica ne è parte, anzi ne è uno dei suoi massimi coefficienti. Di quei tratti la parola è limitatamente parte, per essere in primo luogo incanalata nel discorso con finalità informative e regolative della vita associata. La musica ha poteri diversi, sottilmente imparentati semmai con quelli della parola pronunciata, o con certa sommovente esibizione gestuale, con gli ‘eloquenti’ atteggiamenti mimici del volto umano. Tutte cose, ci si sforzi d’intendere, simili alle trasparente mimografia vocale cui è legato il canto, alle tacite movenze (prima di divenire ‘tecniche’) di più o meno periferici attivismi corporei, quasi in trasparenza riflessi nel suono di strumenti, anche di quelli cosiddetti ‘poveri’.
Ecco
spiegati i ‘codici multipli’. Si tratta di flussi
sensibili inconsapevolmente accomunanti pratiche
di vita, in modi che da bambineschi, primitivi possono
gradualmente
farsi espressivi (persino efficaci nel
perseguire
finalità sociali). Praticando la musica – senza l’imperio del
solfeggio! – ci
si porta a gustare una seducente curva melodica, pure il raccordo di
sonorità
consonantiche e vocaliche che si fanno ‘armoniche’ già nel verso di una
filastrocca e, perché no, nell’intonazione sonora della stessa; sono
cose che
si mimetizzano anche nell’irriflessa
piacevolezza di
suoni prodotti già premendo tasti o strusciando corde di strumenti che
variamente ne distribuiscono la più o meno
sensuosa
sonorità (come si trattasse di colori).2
Eccoci al piacevole. Si dirà cose molto umili, per potersi definire arte. Mah, non c’è solo il solfeggio a sminuire il piacere della musica, c’è pure la solfeggistica della storia a non lasciar scorgere quanto la cultura, l’arte, siano pur esse un ergersi progressivo dello spirito umano. E nei generi minori di ogni espressione artistica, dunque anche in certa musica leggera, in certa ‘impudicizia’ sin troppo affiorante, quanto vi s’annida il piacere del voler ‘far propria’ l’echeggiante sonorità? Che col suo stesso ‘esibirsi’ fonda, come si dice, un happening, una sorta di oralità comunitaria.
Ci si è abbassati
troppo? Il guaio è che nella sussiegosa cultura dei dotti cultori di
musica non
v’è traccia dello spirito che anima da sempre le arti minori, a non
dire di
letterati della specie d’un Vittorio Spinazzola – docente universitario d’Italianistica
– incline a occuparsi dell’Immaginazione
divertente in un suo agile testo,3
prendendo nientemeno a considerare
“il giallo, il rosa, il porno del fumetto”; oppure, più di recente, un
architetto
in cattedra, Renato De Fusco, che s’induce a pubblicare un libro dal
titolo Il piacere dell’arte. Capire la pittura, la
scultura, l’architettura, il design.4
Vanità di chi scrive? Noto per le sue competenze in fatto di Analisi e Teoria della musica, ossia un campo di astrattezze deprivate dal ‘piacere’ del musicale? Difficile rispondere, senza un accenno alle simpatie dello scrivente nel pubblicare di recente un libro La musica come gioco, memore di quanto in giovinezza lo ha genuinamente esilarato e, oggi, nel 2006, incline a biasimare quanto bastardamente mercificata venga la memoria del grande…Amadeus!
Ci si ricordi dei
“codici multipli”.
Note
2. Quanto di ciò si
gioverebbe un educatore musicista che scoprisse che questo è simile ai
‘colori
di superficie’ di cui tratta il suo collega di arti
visive!
3. Ed. Rizzoli,
Mlano 1995.
4. Ed. Latera, Roma-Bari 2004.