Il documento qui pubblicato
è stato redatto dal Consiglio Direttivo Nazionale sulla falsariga
del testo di Rosalba Deriu e Franca Mazzoli che compare sul numero 127
(giugno 2003) di Musica Domani.
Rappresenta una prima
bozza, che viene sottoposta alla discussione dell'associazione.
I soci sono invitati
a far conoscere la loro opinione in merito (nonché a contribuire
con eventuali proposte di modifica o integrazione) utilizzando in particolare
- vista la necessità di concludere questo dibattito entro giugno
2003 - la lista di discussione assembleasiem.
Un clima di mistero
ha accompagnato il divenire della riforma della scuola. E anche ora, nonostante
il testo legislativo sia stato approvato definitivamente e, si dice, entrerà
in vigore nelle elementari già a partire dal prossimo settembre,
molti sono i punti oscuri: gli organici, i modi con cui verrà gestito
il rapporto con l’extrascuola, la stessa scansione dell’orario scolastico
nella scuola secondaria di primo grado sono oggetto di supposizioni e di
gravi preoccupazioni.
Le associazioni disciplinari
non sono state chiamate a pronunciarsi sui contenuti della nuova scuola.
I docenti non sanno a cosa devono prepararsi.
Al di là delle
valutazioni di merito sui contenuti della riforma, il metodo di lavoro
adottato da chi la sta formulando e gestendo non convince e pare gravido
di rischi. Per due motivi fondamentali.
Primo: la scuola è
uno degli ambiti di sviluppo più importanti delle società
e riguarda ciascun individuo, a qualunque colore politico, razza, cultura,
religione, ceto appartenga. Ogni gruppo sociale e culturale deve poterne
discutere obiettivi, finalità e organizzazione complessiva. A maggior
ragione devono intervenire nel dibattito gli operatori della scuola, coloro
che poi tale riforma dovranno attuare. La commissione De Mauro, allora
contestata perché eccessivamente ristretta e poco rappresentativa,
raccoglieva circa 300 persone. Il gruppo di lavoro che ha progettato la
riforma della scuola primaria e secondaria di primo grado è ridotto
ai soli collaboratori del professore Bertagna.
Ci sembra questa una
scelta di metodo che allontana la società tutta dalla riflessione
su questo tema, e che, in modo offensivo, relega la scuola al ruolo di
puro esecutore di una riforma pensata da altri, in altri luoghi.
Secondo: le riforme
della scuola camminano sulle gambe dei docenti, ma se i docenti non sono
coinvolti non si può sperare su una loro positiva collaborazione.
E nemmeno sulla realizzazione effettiva del progetto di riforma. Come è
successo altre volte. Per il successo della riforma converrebbe proprio
agli estensori della riforma coinvolgere e motivare i docenti. Ma sembra
che, al momento, questo sia l’ultimo dei loro pensieri.
La scarsa valorizzazione della formazione dei docenti
La parola laboratorio
non può bastare certo a tranquillizzarci. Non è certo un
segreto il fatto che nel laboratorio sono stati realizzati percorsi di
apprendimento innovativi ed efficaci soltanto nelle scuole in cui la competenza
professionale degli insegnanti e l’organizzazione logistica garantivano
standard minimi irrinunciabili: rapporto insegnante/allievo adeguato, quantità
minima di ore a disposizione, capacità progettuali e specificamente
disciplinari dei docenti, spazi e strumenti adeguati.
Ma ciò che
sappiamo rispetto ai risultati della sperimentazione realizzata nelle scuole
italiane da docenti e dirigenti scolastici competenti e disponibili non
sembra trovare posto nelle considerazioni formulate nei testi ministeriali
che, mentre propongono i laboratori come fiore all’occhiello della riforma,
non ne indicano con chiarezza modalità metodologiche e didattiche.
A un’attenta lettura
dei documenti, i laboratori sembrano infatti appiattirsi su un’organizzazione
logistica che economizza le risorse dell’organico e non offre certo la
possibilità di sperimentare modalità di apprendimento differenti
da quelle utilizzate in classe.
E anche l’accesso
al laboratorio come strumento di recupero scolastico, indirizzato a chi
ne ha bisogno per sanare lacune costruite altrove, regala non poche perplessità.
Non sarebbe stato
opportuno definire almeno le competenze professionali dei docenti chiamati
a gestire i laboratori nella scuola individuando caratteristiche importanti,
acquisite o acquisibili attraverso la formazione e l’aggiornamento dei
docenti?
Una grave mancanza
progettuale della riforma è in questo senso l’aver dimenticato di
esplicitare le modalità e i contenuti della formazione in itinere
degli insegnanti, da sempre elementi scomodi e imbarazzanti, più
spesso demandati alla buona volontà dei singoli che non alle effettive
opportunità messe a disposizione di tutti i docenti dall’organizzazione
scolastica.
Mentre si chiede agli
insegnanti di ripensare al proprio ruolo didattico ed educativo, riformulandone
modelli e modalità alla luce della nuova architettura scolastica
(che tra l’altro modifica anche l’età di chi entra e le tappe intermedie
con relative verifiche dell’istruzione di base), non si delineano con altrettanta
chiarezza le competenze professionali richieste, indicando soltanto i titoli
professionali dei docenti che animano (ma che forse si troveranno a presidiare)
le ore di laboratorio obbligatorie previste dallo specchietto stilato dal
ministero.
Le competenze degli
insegnanti, oltre a sembrare ancora una volta meno importanti dei titoli
di servizio, diventano addirittura irrilevanti nella scuola dell’autonomia
e del partenariato che si accontenta di affidare all’esterno, a esperti
autocertificati, le attività disciplinari che all’interno del collegio
docenti non trovano soggetti competenti.
La scuola della riforma
in questo senso non pare voler affrontare un tema essenziale per il decollo
dell’istruzione di base a livello nazionale, che in più di un’occasione
è risultata tragicamente legata a una rete clientelare di agenzie
formative che da sempre trasformano i bisogni formativi dei docenti in
un mercato furbo quanto disonesto più legatio agli interessi delle
agenzie formative stesse che non a quelle degli insegnanti.
Sono dunque amare
le riflessioni che qui abbiamo raccolto, dando voce anche alle tante persone
che lavorano nella scuola con passione e con professionalità, che
ancora una volta si sono sentite emarginate e dimenticate da chi invece
potrebbe e dovrebbe tenere in ampia considerazione non il loro lavoro e
i risultati che ottiene sul territorio nazionale.
Per questo il clima
di mistero che avvolge la riforma non ci tranquillizza e ci fa temere novità
tutt’altro che evolutive per la scuola italiana.
La differenziazione dei percorsi formativi.
Fra le poche cose che
si sanno di questa riforma, c’è la divaricazione dei percorsi formativi
alla fine della scuola secondaria di primo grado. A quattordici anni. A
quel punto, si dice, ogni ragazzo dovrà scegliere fra formazione
professionale e liceale. Percorsi differenziati ma di pari dignità,
afferma il ministro. Elementi concreti per valutare questo aspetto della
riforma non ce ne sono. Ma le preoccupazioni sono molte.
I documenti ministeriali
insistono sull’esigenza di fornire ai soggetti dell’istruzione non solo
conoscenze e abilità ma una formazione umana, che valorizzi sia
le competenze scolastiche sia quell’insieme di caratteristiche personali
che costituiscono la globalità della persona. Il linguaggio con
cui si esprimono i documenti ministeriali non è sempre chiaro, le
argomentazioni non del tutto lineari e attinte perlopiù a una filosofia
dell’educazione di matrice cattolica che si può anche non sposare,
ma il principio in sé è condivisibile. Condivisibile è
l’obiettivo di fornire a tutti gli strumenti necessari per affrontare ogni
situazione della vita, sul lavoro e nel quotidiano. Sappiamo infatti che
il futuro professionale ed esistenziale che i neodiplomati affronteranno
all’uscita dalle aule scolastiche sarà caratterizzato da rapidi
cambiamenti, per certi aspetti imprevedibili e impensabili solo cinquant’anni
fa. Affrontare l’intera vita senza confrontarsi con il problema di aggiornare
e modificare più volte i propri strumenti di comprensione della
realtà e di intervento su di essa è ormai impensabile.
Sembra dunque ragionevole
che la scuola fornisca una preparazione culturale in grado di aiutare i
soggetti ad attivare tutte le proprie risorse e a sviluppare un pensiero
flessibile. In pedagogia la parola flessibilità si collega a creatività:
coloro che si occupano di educazione musicale, e più in generale
di educazione alle arti, da tempo vanno affermando che, al di là
dell’acquisizione di abilità specifiche, la formazione artistica
contribuisce allo sviluppo di un pensiero aperto e fluido, capace di percorrere
strade diverse da quelle abituali, capace di immaginare oltre l’esistente.
Non solo le attività più propriamente creative, quali quelle
legate al “fare” concreto, ma anche quelle legate alla lettura dell’opera
d’arte e allo sviluppo della capacità di interpretare la molteplicità
delle risonanze culturali, simboliche ed emozionali che essa attiva. Dunque
un’educazione attenta a sviluppare la flessibilità di pensiero dovrebbe
puntare sulle discipline artistiche, rafforzandone la presenza nella scuola.
Perché un soggetto che abbia sviluppato le proprie risorse cognitive
in molte direzioni, anche relative al pensiero artistico, sarà in
grado di modificare più agilmente le sue condotte professionali
e di vita per adeguarle alle nuove richieste che di volta in volta gli
giungeranno, sapendo affrontare l’ansia e l’incertezza che ogni cambiamento
necessariamente comporta.
Di tutt’altro avviso
sembrano essere gli estensori della riforma quando disegnano un percorso
che, al di là delle dichiarazioni di principio, sempre condivisibili,
prevede una formazione professionale centrata sulle modalità del
lavoro attualmente presenti: l’ipotesi dell’alternanza scuola/lavoro, con
l’inevitabile schiacciamento della preparazione dello studente sulle richieste
che oggi il mondo industriale avanza (e che saranno diverse domani, un
domani che diventa ogni giorno più vicino e fuggevole) appare del
tutto inadeguata alle sfide poste dal mondo attuale.
La creatività
utile per progettare soluzioni di vita e professionali diverse da quelle
attuali, in grado di adattarsi a nuove situazioni, non si acquisisce imparando
le tecniche proprie del lavoro di oggi, ma sviluppando strumenti di pensiero
capaci di immaginare e progettare altre modalità e altre situazioni
oltre a quelle odierne.
La SIEM, gli educatori
che operano con la musica e con l’arte in genere e che si riconoscono nella
storia di questa associazione professionale-disciplinare, chiedono un modello
di formazione capace di contribuire allo sviluppo della persona nella sua
globalità migliore di quanto non sappia ipotizzare questa riforma.