COLLANA EDT/SIEM
CAPRE FLAUTI E RE a cura di Serena Facci
Quale può essere considerato, se esiste, il contributo originale che la ricerca etnomusicologica a portato alla didattica musicale?
Il discorso è molto ampio, ma credo che sia lo stesso campo di studi ad essere un contributo. La prospettiva con la quale si osserva un sistema musicale di una data cultura, lo si relativizza, oggi che si ha maggior consapevolezza sulle diversità, rappresenta un terreno di riflessione per la didattica musicale. Poi vi sono anche preziosi studi sulla musica infantile come quello di Constantin Brailoiu o le ricerche sui sistemi di apprendimento musicale messi in atto nelle diverse parti del mondo.
Quali possono essere i rischi od i limiti e quali i pregi del riproporre a scuola i brani delle tradizioni orali, considerando che la loro alterità è proprio nella modalità d'espressione, difficilmente riproducibile da chi è estraneo ad una data cultura.
Il libro a cui ho lavorato parte dalla constatazione di un fatto: qualunque ascolto musicale (anche un brano rap o techno) nel momento in cui viene ascoltato e imitato in classe subisce una riorganizzazione e una ricontestualizzazione. Per la musica etnica questo è ancora più vero perché ci si deve confrontare con lingue, tecniche e pensieri sulla musica spesso completamente nuovi. Qualunque contatto con uno strumento, una danza, un canto di un'altra cultura non può non essere limitato, soprattutto se si tratta di primi approcci. Non dobbiamo però scoraggiarci, anche perché qualunque repertorio di tradizione orale è un formidabile serbatoio di spunti per la crescita dei nostri alunni sia sul piano strettamente musicale che su quello della di formazione della personalità. Inoltre penso che gli insegnanti di oggi abbiano il dovere di fornire ai ragazzi le chiavi per capire 'l'insalata musicale', coma la definisce Patricia Shehan Campbell, in cui viviamo. Dunque se l'obiettivo didattico è chiaro bisogna andare avanti senza paure. L'unico rischio, però, da cui mi sento di mettere in guardia è la superficialità. John Blacking diceva che spesso si senti dire di aver suonato musica "africana", quando di tratta di un solo brano, proveniente da un solo paese. Il mondo è grande. Bisogna essere onesti e riconoscerlo.
Scorrendo il libro ho visto che nel capitolo dedicato alla musica del mondo a scuola riporti la frase di Mantle Hood 'If you can't play you can't talk about' (Se non la sai suonare non ne puoi parlare). Quali materiali e quali possibilità hanno, oggi, i docenti per sviluppare dei percorsi di conoscenza della musica 'altra' con i propri allievi?
Oggi la situazione è molto diversa rispetto a qualche hanno fa. La stessa SIEM organizza corsi di aggiornamento, c'è etnomusicologia in alcune Università e istituzioni musicali, come l'Accademia di Santa Cecilia a Roma, ci sono stage e corsi in diverse scuole di musica. Certo la maggior parte delle pubblicazioni su queste tematiche sono ancora in lingua straniera e non esistono in Italia, per esempio, belle antologie di musica del mondo a uso didattico come avviene in altri paesi. D'altra parte è sempre più frequente la possibilità di partecipare a conserti o ascoltare dischi di musica tradizionale. Per cominciare può essere sufficiente. La lettura etnomusicologica può essere considerata una chiave privilegiata per la comprensione delle più recenti trasformazioni della musica pop-rock? La world music è un fenomeno in continua crescita e trasformazione. Mi fa venire in mente Internet. Se la perdi di vista per uno o due mesi la trovi lievitata tanto da non orientartici più. Oggi non si può non farci i conti. Per questo c'è un capitolo nel libro dedicato alla world music. Gli etnomusicologi per un certo periodo hanno ignorato il fenomeno. Oggi qualcosa sta cambiando, soprattutto i giovani etnomusicologi, si stanno avventurando nell'analisi di questo terreno, anche se non è facile. Anche nell'ultimo meeting dell'European Seminar in Ethnomusicology, tenutosi a Toulose lo scorso settembre, alcuni interventi erano dedicati ai rapporti tra musiche di tradizione e musiche giovanili.
Lo studio delle pratiche di apprendimento orale possono fornire indicazioni anche per la revisione dei curricoli della formazione strumentale colta?
Non mi avventuro a parlare di curricoli. Personalmente credo che la trasmissione
da bocca a orecchio della musica sia ancora oggi preziosissima. Mantle Hood
parla recentemente dei cosiddetti 'indicibili'. Ecco nessun 'indicibile' potrebbe
essere trasmesso da un maestro a un allievo senza un approccio diretto di ascolto,
osservazione e sim-patia.
Intervista di Claudio Dina